Wednesday, August 04, 2004

Candidate's diary - part 46

Bounce, schmounce... it doesn't mean anything anyway...

Chiamasi bounce, rimbalzo, l’effetto che ciascuna convention produce sugli orientamenti dell’elettorato. Il primo a essere misurato dai sondaggi è sempre il bounce dello sfidante, a cui per consuetudine compete l’onere di aprire la danza dei congressi. Poi tocca al presidente uscente, che risponde da par suo e determina un bounce di segno contrario. A quel punto i dati vanni lasciati riposare per un paio di settimane, finché un terzo sondaggio determina chi di dei due ha tratto maggior vantaggio dall’esposizione mediatica. Sembra la ricetta di una torta.Il bello è che i due sfidanti, in questa fase, sono sempre pronti a scambiarsi buoni auspici: «Vedrai, la tua lieviterà tantissimo... Ma no, che dici, la tua piuttosto farà un figurone». Il dialogo tra massaie è un ingrediente fondamentale di una campagna elettorale che si rispetti: ma tanta cordialità ha come solo scopo quello di portarsi jella a vicenda. Se prevedo che avrai un bounce favoloso, qualsiasi risultato anche di poco inferiore sembrerà un fiasco. E a quel punto potrò finalmente tirar fuori la carogna che è in me ed esporre il tuo clamoroso insuccesso al pubblico ludibrio.Questo giochetto si è puntualmente verificato nell’ultima settimana. I Repubblicani sembrava si fossero tutti convertiti, mentre spiegavano che Kerry avrebbe guadagnato almeno il 15 per cento dei consensi; tesi smentita dai Democratici, per i quali figuriamoci, più di 2 o 3 punti non sarebbero arrivati. Parole al vento, dette dagli uni e dagli altri nella speranza di essere clamorosamente smentiti dai fatti.In tutta franchezza, ho sempre pensato che tra i due, i Repubblicani stessero bluffando più dei Democratici. Se è vero che gli elettori ancora indecisi sono appena il 12-13 per cento, un bounce di 15 punti era praticamente impossibile: se mai si fosse verificato, Karl Rove - lo stratega della campagna elettorale di George Bush - si sarebbe buttato nel Potomac. E infatti non è successo. Cosa esattamente sia avvenuto, però, non è per niente chiaro.Secondo la triade Cnn/Usa Today/Gallup, la convention democratica ha avuto un effetto nullo, perché ha fatto aumentare le quotazioni di Kerry tanto quanto quelle di Bush: tra gli elettori registrati, infatti, Kerry è in vantaggio 50 a 47, contro il 49 a 45 registrato prima della convention (mentre tra quelli che dicono che certamente andranno a votare è Bush a guidare, 50 a 46). In sostanza, la quattro giorni di Boston sarebbe solamente servita a chiarire le idee a un po’ di gente, ma senza alterare l’equilibrio tra i due partiti.A dar retta al duo Newsweek/Princeton, au contraire, Kerry ha colpito nel segno: in una gara a tre, con dentro anche Nader (che ieri, sciagurato, ha ribadito che combatterà fino in fondo perché «Kerry è soltanto una copia di Bush»), Jfk avrebbe un vantaggio di 49 a 42 a 3; contando il solo Bush il vantaggio salirebbe ancora, 52 a 44. Considerato che un analogo sondaggio fatto durante la convention dava Kerry in testa di appena due punti, 45 a 43, il bounce è abbastanza consistente.Chi ha ragione non lo so e non lo posso sapere (e la verità è che non lo sanno manco loro). So però che questo giochino è del tutto inutile, e per almeno tre buoni motivi: primo, perché fra tre settimane ci sarà la convention repubblicana e il pendolo seguirà la sua immutabile legge, oscillando dall’altra parte; secondo, perché se un sondaggio dice 52 a 44 e l’altro (nella versione "elettori sicuri di andare alle urne") 46 a 50, significa che almeno una delle due rilevazioni - se non entrambe - è fatta coi piedi; terzo, perché i sondaggi su scala nazionale in realtà non dicono un accidenti di niente. Quel che conta davvero è come stanno andando le cose in alcuni stati-chiave, non come la pensa la generalità della popolazione.Per capirci: nello Utah, stato che più conservatore non si può, Bush ha all’incirca il doppio dei consensi di Kerry, ma se Kerry vince in Ohio e in Pennsylvania, anche di un solo voto, la presidenza è sua. In un siffatto scenario, Bush - pur avendo più voti del suo avversario - farebbe le valigie. Del resto, brogli a parte, non andò esattamente così nel novembre del 2000, quando Gore ebbe mezzo milione di preferenze in più ma perse la Casa Bianca?Diffidate, gente, diffidate. E abbiate pazienza fino al 2 novembre, quando a notte inoltrata comincerete a vedere tutti quegli staterelli colorarsi di rosso e di blu. (46/Continua)
p.s. Lo so, sto parlando d’altro. Ma i massimi vertici della mia campagna elettorale stanno ancora riflettendo: le sirene che mi spingono al ritiro sono forti, ma gli impegni con la base anche. Chiedo venia, presto trarrò il dado.

Monday, August 02, 2004

Candidate's diary - part 45

Clinton ordered: "Withdraw!"

Boston. C’era una gran coda, domenica mattina, nel giardino interno del Prudential Mall, pieno centro di Boston. Un lungo serpentone, molto ordinato, stretto fra le transenne. L’aria di chi è rassegnato a star lì per chissà quanto, le circa 500 persone che pazientemente compongono la fila hanno tutte lo stesso sacchettino colorato in mano. Incuriosito, mi avvicino. «Excuse me...». Una signora che cerca faticosamente di tenere a bada un bimbettino di due anni, cortesemente mi spiega: «All’una Bill Clinton firmerà le copie del suo libro, lì in fondo (indica un punto a più di cento metri di distanza), da Barnes&Nobles». Caspita. Bill Clinton, proprio lui, in carne e ossa. Però sono appena le 11. Ne vale la pena?Secondo i 500, che nel giro di un’altra mezz’ora diventeranno mille (tante sono le copie che l’ex presidente si è reso disponibile ad autografare), la vale eccome. Che vuoi che sia qualche ora di coda? Oltretutto è domenica, e la gente non ha un granché da fare. Nemmeno io. Per cui cedo alle sirene, compro il sacchettino colorato con la mia bella copia di My Life - 25 dollari più tasse, che moltiplicato per mille fa un signor incasso - e mi metto in coda.Nel mio raggio di chiacchiere, le tre persone davanti a me e le tre dietro, ci sono un programmatore di computer in calzoncini corti e berretto da baseball che riconosce di non sapere bene perché abbia deciso di star lì, ma intanto non cede nemmeno un centimetro; una delegata democratica della California, di chiara origine asiatica, femministissima, che dopo aver studiato la mappa della città e delle feste a cui andare mi fa una testa così con Lyndon Johnson e la sua Great Society, che senza quella oggi i politici sarebbero ancora tutti maschi e bianchi; un delegato nero del North Carolina, la casa di Edwards, che mi spiega l’impossibile, ossia come i Democratici vinceranno anche nel suo stato, uno dei più conservatori d’America; sua figlia, che non è mai stata in Italia e vorrebbe tanto andarci; una studentessa indiana di Boston, che la settimana scorsa era a prendere il sole alle Cinque Terre e non riesce a pronunciare la parola «Italy» senza tradire uno sguardo sognante; un tipino bassetto e muscolosissimo che parla quasi solo spagnolo e continua a telefonare in giro per dire che «estoy aqui para Bill Clinton»; e - ma solo verso la fine dell’attesa - una ragazza con due bocce da urlo che sbattendo gli occhioni è riuscita a saltare metà della fila.Se la vede Clinton sviene, altro che Monica.Si scruta la coda, che non si muove, e si scruta il cielo. Dopo due ore, il segnale tanto atteso: un elicottero della polizia sospeso sopra le nostre teste annuncia che l’ex presidente, che per tutti è resterà sempre «the president», è arrivato. Pian piano, la fila avanza. Piano, però. Perché il servizio segreto non vuole più di venticinque persone alla volta. Deve controllare ogni borsa, passare al setaccio le tasche, controllare ognuno col metal detector. E poi ci sono i commessi della libreria, che ti spiegano su quale pagina il presidente metterà la sua aurea firma e come devi tenere il libro per evitare che il poveraccio debba sfogliare mille copie per trovarsi da solo la pagina indicata. Fa molto catena di montaggio fordista, ma se vuoi ti puoi consolare parafrasando il celebro motto kennedyano: «Non pensare a cosa può fare per te il tuo presidente, ma a cosa puoi fare tu per il tuo presidente». Per esempio, puoi porgergli il libro aperto alla pagina giusta.L’attesa è una noia mortale. A renderla ancora più pesante ci pensa la mia vicina californiana, che si è messa a spiegarmi come e quando ha cercato di convincere la comunità asiatica di Los Angeles a vincere la sua ritrosia e diventare più attiva politicamente.Dopo tre ore, finalmente!, tocca a me. E lì succede il guaio.«Hi», stretta di mano, «hi» (’orca vacca, è proprio lui. Però ha l’aria stanca). «Sono un candidato...». «Un candidato a cosa». «Alla presidenza, sono un write-in». Parentesi: l’euforia bostoniana mi ha intenerito, sto diventando terribilmente partigiano e il mio imponente pacchetto di 30 voti mi fa sentire peggio di Ralph Nader. Motivo per cui faccio uno dei peggiori errori della mia vita e gli dico: «Forse dovrei ritirarmi. Però me lo deve ordinare lei». Lui non se lo fa ripetere due volte, mi punta il dito contro e urla: «Withdraw!», ritirati!... «Ok, ci penserò». Risatine, e fine del colloquio ai massimi livelli.Il problema è che ora ci devo pensare per davvero. Perché certo, me la sono andata a cercare: non è che Clinton stesse aspettando con ansia di incontrarmi per ricondurmi sulla retta via in nome del bene del paese. Però vuoi mettere: Bill Clinton mi ha chiesto di ritirarmi. Bill Clinton... Che faccio, gli volto così le spalle?Ho deciso di prendermi una pausa di riflessione. Urge consultazione con Wright, il mio vice. n (45/Continua)

Candidate's diary - part 44

Buchanan's record to stay unbeaten (I got married)

Rimasto in carica dal 1857 al 1861, James Buchanan vanta almeno un paio di record: uno, politico, gli vale la palma di uno dei presidenti più fessi della storia degli Stati Uniti. Insediatosi mentre la diatriba sulla schiavitù stava raggiungendo l’apice, infatti, fu in pratica il solo americano a non accorgersi che di lì a poco metà del paese avrebbe optato per la secessione, aprendo la strada a una sanguinosa guerra civile. Grandissimo cerchiobottista, Buchanan fece di tutto per non vedere e per non agire: un atteggiamento manifesto fin dal suo discorso inaugurale, nel quale fece un breve cenno alla questione sostenendo che, «fortunatamente, si tratta di un tema di scarsissima rilevanza pratica». Talmente scarsa che prima della fine del suo mandato sette stati - Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, South Carolina e Texas - si sarebbero chiamati fuori dagli Stati Uniti. Fortuna volle che dopo di lui verrà eletto Abramo Lincoln, disposto a prendere le cose più sul serio. Ma questa è un’altra storia. Il secondo record di Buchanan è che il quindicesimo presidente degli Stati Uniti fu il solo a non aver mai contratto regolare matrimonio: né prima, né durante, né dopo la sua permanenza alla Casa Bianca. Prima della sua elezione, a dire il vero, il nostro aveva avuto una fidanzata, certa Ann Coleman. La cosa risale a molto tempo prima dell’approdo di Buchanan in politica, quando il giovane avvocato della Pennsylvania aveva appena ventisette anni: Ann era giovane, bella, e soprattutto ricca, figlia di un facoltoso produttore di moschetti. Le cronache suggeriscono però che fosse anche emotivamente instabile. Fatto sta che l’8 dicembre del 1819, al termine di una violenta discussione che condusse alla rottura del fidanzamento, lei morì. Ufficialmente, si era trattato di un caso letale di isteria (cosa assai rara, al punto che un giudice di Philadelphia, Thomas Kittera, noterà nel suo diario di aver interpellato un medico e di aver avuto conferma da quest’ultimo che mai a suo avviso un caso del genere si era verificato prima di allora): più probabilmente, sostengono gli storici, fu suicidio.Prevedibilmente Buchanan fu incolpato dell’accaduto, e nulla valse a scagionarlo una lettera accorata che l’avvocato e futuro presidente scrisse al padre della giovane, confermandogli il suo amore e chiedendo di poter accompagnare il feretro alla tomba.Cosa avesse provocato quel fatale alterco non è mai stato chiarito. Una teoria vuole che la povera Ann avesse chiesto al fidanzato ragione della sua condotta di vita dissoluta, costellata di serate fuori a bere con amici e numerose amichette. Un’altra suggerisce invece che Ann fosse letteralmente impazzita dopo aver scoperto che il suo promesso sposo era omosessuale.E qui arriviamo al terzo dato saliente della presidenza Buchanan. Perché se è del tutto certo che fu il primo, e solo, presidente single, ci sono molti indizi che fosse anche il primo (ma non necessariamente il solo) presidente gay. Buttatosi in politica e arrivato a Washington, infatti, visse lungamente con un senatore democratico dell’Alabama, William Rufus King (poco prima di morire di tubercolosi, nel 1857, King per poche settimane diventò vicepresidente sotto il predecessore di Buchanan, Franklin Pierce, e fino ad oggi rimarrà il solo vicepresidente single della storia). Se fosse amore o solo una grande amicizia è oggetto di speculazioni e polemiche. Certo, i due facevano coppia fissa. E a Washington la cosa non passò certo inosservata. Le malelingue sovente parlavano di King come della «dolce metà», della «moglie», o di «Zia Fancy» (ufficialmente zia elegante, ma Fancy nel linguaggio di metà ottocento era anche una prostituta o un’amante). E in generale, il gossip capitolino descriveva i due come i «gemelli siamesi», non tanto perché fossero inseparabili ma perché nello slang dell’epoca il termine aveva la stessa valenza del nostro «froci».Come che sia, la relazione durò molto a lungo e sopravvisse a numerose avversità. Come quando nel 1844 King fu fatto ambasciatore in Francia e inviato oltreoceano, nomina che spinse Buchanan - sono parole sue, tratte dalla lettera a un amico - «a interpellare molti gentiluomini, ma senza successo» per chiedere che la decisione venisse revocata. E tanto affetto ebbe anche conseguenze politiche. Il fatto che Buchanan, cresciuto in un ambiente fortemente anti-schiavista, si sia convertito a un pur blando filo-schiavismo, viene sovente attribuito al fatto che King fosse un autorevole esponente dell’elite politica dell’Alabama, uno degli stati che più fieramente si batterono per difendere i "diritti di proprietà" dei latifondisti.Con tutto questo io non c’entro nulla. Ma la vicenda di Buchanan mi è tornata alla mente alla luce di un recente sviluppo della mia vicenda elettorale. A lungo, infatti, avevo accarezzato l’idea di seguirne le orme e di diventare il primo presidente single da un secolo e mezzo a questa parte. Poi, la settimana scorsa, ho ceduto alle sirene dell’amor, e mi sono dato in sposo a Florence. Dovessi essere eletto, rientrerò dunque nel più consolidato mainstream, e presiederò il paese accompagnato da regolare first lady. (44/Continua).

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