Tuesday, July 13, 2004

Candidate's diary - part 43

Opposites don't necessarely attract, but can win

Può anche essere che nelle pieghe del tour che li sta portando in ogni angolo d'America, John&John abbiano scoperto di avere qualcosa in comune, oltre alla tessera di partito. E chi può dirlo, costretti per necessità politica a frequentarsi assiduamente, un giorno potrebbero anche scoprire di essersi reciprocamente simpatici. Ma una cosa è certa: almeno fino a lunedì scorso, quando Kerry ha sciolto la riserva sul nominativo del suo vice, i due si stavano amabilmente sulle scatole. Un po', è ovvio, perché Jfk non ha gradito che Edwards abbia cercato fino all'ultimo di soffiargli la nomination, anche quando ormai era chiaro a tutti che non ci sarebbe riuscito. Ma non solo. I due sono sideralmente distanti per carattere, lignaggio, territorio e cultura di provenienza, stile politico, lingua: e avendo ambizioni simili (oltre che, fino a poco tempo fa, contrastanti), anziché attrarsi i due poli opposti era naturale che tendessero a respingersi.
Uno viene da una famiglia bene del Massachusetts, l'altro è cresciuto a cavallo tra le due Carolinas da famiglia operaia (fatte le debite proporzioni è come dire che uno è stato educato in un palazzotto asburgico di Merano e l'altro in un basso a Bari Vecchia); uno è legnoso, un po' snob e si lascia andare solo con gli amici più intimi, l'altro è un piacione tutto sorrisi al cui cospetto Rutelli sembra sceso dal circolo polare artico; uno si esprime in modo inappuntabile, con l'accento, i tic verbali e le "r" aspirate del New England, l'altro ostenta la parlata larga, tondeggiante e un po' mielosa del Sud; ma soprattutto, uno è espressione del rigore (magari apparente, ma sempre molto professional) della politica fine, mentre l'altro è un populista che non esiterebbe a vendere la madre per uno slogan di successo, non importa quanto irrealistico.
Nonostante tutto questo, John&John hanno deciso di legare a doppio filo i rispettivi destini. Anzi, forse proprio grazie a tutto questo.
Nelle settimane che hanno preceduto la scelta di Edwards, gli osservatori si sono scervellati per stabilire quale fosse il profilo ideale del running mate di Kerry. Conoscendo pregi e difetti del candidato presidente, ne hanno stilato la lista dei bisogni, accostando a ciascuna necessità un nome: vuoi fare piazza pulita in Florida ma senza pagar pegno a un vice troppo ingombrante? C'è Bob Graham. Vuoi contendere a Bush il voto latino? Ecco Bill Richardson, che è mezzo chicano. Vuoi assicurarti l'appoggio dei sindacati negli stati del Midwest? Il vecchio Dick Gephardt è una garanzia. Vuoi blindare il ticket sulle questioni di sicurezza nazionale? Wes Clark è perfetto. Vuoi un vice perbene che faccia il vice e nulla più? Tom Vilsack. Vuoi fare il rivoluzionario e portare una donna ai massimi vertici della politica mondiale? Ci sono la senatrice della Louisiana Mary Landrieu o quella dell'Arkansas Blanche Lincoln (Hillary no, non c'è mai stata). Eccetera. Fino alla domanda decisiva: vuoi il calore che a te manca, un uomo capace di parlare a quelli con cui tu non riuscirai mai a stabilire una comunicazione? John Edwards fa al caso tuo.
In tutto questo c'è una lezione da imparare. In politica c'è poco da fare gli schifiltosi. Specie in una competizione secca come le presidenziali, o si vince o si perde, senza vie di mezzo. E se per vincere bisogna imbarcare gente e idee diverse, anche a rischio di contaminare la purezza del proprio messaggio, così sia: avanti, c'è posto. Anche - si può dirlo? - per i girotondini.
All'inizio del percorso, quando presero il via le primarie, l'uomo che più immediatamente venne associato con l'estremismo di centro all'italiana fu Howard Dean. Le sue filippiche contro il ceto politico e il suo tentativo di capitalizzare la rivolta morale di chi non ne poteva più delle liturgie washingtoniane lo fecero apparire come una sorta di Nanni Moretti a stelle e striscie. Ma Dean era comunque un ex governatore, uno il cui estremismo si manifestava solo nella scelta pacifista. L'interprete più autentico del populismo, del mito della ggente - in America a rappresentarla sono i «men of the people» - e della politica fatta nelle aule di giustizia non è Dean. E' Edwards. Che non è un Di Pietro solo perché anziché il magistrato ha fatto l'avvocato, ma la cultura è la stessa: l'idea che il popolo bistrattato debba essere difeso innanzitutto in tribunale, e che la rivoluzione sia rappresentata dall'approdo in politica di un ex mattatore delle corti, ha in lui il suo massimo rappresentante. Discreto senatore - ma niente di più - se ha il seguito che ha lo deve al suo passato di principe del foro, di grande accusatore del vampirismo delle multinazionali, cui ha sottratto decine di milioni di dollari in nome e per conto dei suoi assistiti. Anche per questo, buttatosi in politica, ha mantenuto lo stile da cavaliere della tavola rotonda, la retorica infiammante, le parole d'ordine a presa rapida. Perché l'elettorato è come una giuria, più che convinto dev'essere sedotto. Il resto viene dopo.
John Kerry, l'uomo dei ragionamenti lunghi e un po' noiosi, il secchione della politica e delle fatiche legislative, con tutto questo non c'azzecca nulla. Ma il 2 novembre bisogna ristabilire il primato della politique politicienne, o conta solo vincere? (43/Continua).

Monday, July 12, 2004

Candidate's diary -part 42

Pat's choice shows the Greens have learned their lesson

Non conosco Pat La Marche. Anzi, a dire il vero fino a pochi giorni nemmeno sapevo chi fosse. Di una cosa però sono certo: la signora merita una vera standing ovation.
Patricia Helen La Marche è la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti del Green Party. Quarantatre anni, ex insegnante di matematica al liceo diventata conduttrice radiofonica, vive in quel posto un po' surreale che è il Maine: estremo nordest, natura incontaminata, la popolazione di aragoste che supera di gran lunga quella degli esseri umani. Ora, si dà il caso che il Maine sia uno di quegli stati dove non è ancora tanto chiaro chi tra Bush e Kerry si aggiudicherà i quattro voti del collegio elettorale nazionale (i sondaggi sono favorevoli al candidato democratico, ma il suo vantaggio non è enorme). Ebbene, che ti combina Pat? Nemmeno una settimana dopo essere stata prescelta per la successione a Dick Cheney, dà alle stampe una dichiarazione in cui annuncia che molto probabilmente, lei, non voterà per David Cobb (il candidato verde) ma per John Kerry: «Amo il mio paese, e la priorità assoluta è fare in modo che George Bush non sia più presidente degli Stati Uniti... Se ora di novembre i sondaggi diranno che Bush è all'11 per cento, allora potrò votare per chi mi pare». Altrimenti, ha spiegato, la cittadina responsabile prevarrà sulla candidata.
L'affermazione di Pat è la spiegazione migliore di quel che è successo una settimana fa alla convention verde di Malwaukee. Dopo aver a lungo snobbato il suo ex partito di riferimento, Ralph Nader - che quest'anno corre come indipendente e in alcuni stati è appoggiato dalla locale federazione del Reform Party - ha sparigliato tutte le carte annunciando che il suo vice sarebbe stato un vecchio e abbastanza celebre quadro dei Verdi, Peter Camejo. Immediatamente, un pezzo del partito ha cominciato a sognare il tris del '96 e del 2000, quando la fama e la ricchezza di Nader aiutarono i Verdi a imporsi sulla scena nazionale come il solo vero terzo partito. A quel punto, però, è scattata la ribellione della maggioranza, che non ha affatto gradito il trattamento ricevuto nei mesi passati dal suo ex paladino e soprattutto ha imparato bene la lezione di quattro anni fa, quando una campagna presidenziale improvvida contribuì a mandare Bush alla Casa Bianca. Così, al termine di una bella litigata, Nader è stato invitato a tornare dai suoi amici Reformisti (tranquilli, è solo un caso di omonimia), e il partito ha nominato la coppia Cobb-Lamarche. Con un mandato preciso: contribuire ovunque possibile a far crescere il partito ambientalista, ma stando ben attenti a non far danni. Cioè, sostanzialmente, facendo desistenza - la formula scelta è dire ai propri militanti di votare secondo coscienza - in quella dozzina di stati dove non c'è una solida maggioranza precostituita. Morale: in uno stato come il Montana, dove Bush viaggia attorno al 60 per cento, i Verdi si batteranno come leoni; in Massachusetts, dove Kerry vincerà a occhi chiusi, idem. Ma in Florida, in Ohio, in Illinois, in Michigan e in tutti i posti dove un voto sottratto a Kerry è un voto regalato a Bush, saranno praticamente invisibili.
Si parva licet, io farò altrettanto. Nella mia adorata Georgia, dove ahimé Bush non corre il benché minimo rischio di perdere, posso chiedere tutti i voti che voglio (pare che la mia roccaforte elettorale sia il Phoenix, un gay bar sulla Ponce de Leon Avenue dove ho riscosso un successone). Lo stesso posso fare, senza timori, con i miei amici in Maryland, a Washington Dc, a New York e (credo) in California. Ma in uno stato a rischio come l'Indiana - dove per la cronaca votano il mio vice, Wright Bryan III, e la sua adorabile signora - no. Anzi; benché lui ancora non me l'abbia detto, sono abbastanza certo che il primo a tradirmi - proprio come Pat Lamarche - sarà Wright. Non dovrei dirlo, ma ha la mia benedizione. (42/Continua)

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