Tuesday, June 22, 2004

Candidate's diary - part 41

Why we differ: Eu's new Constitution is everything but a Constitution

«Costituzione. Sostantivo femminile. Complesso delle leggi che stanno alla base dell'ordinamento giuridico di uno stato».
La definizione è dello Zingarelli, e sono dovuto andarla a rivedere perché con l'approvazione della nuova Carta europea stavo andando un po' in confusione. Quel testo sterminato che - ratifiche e referendum permettendo - accomunerà 450 milioni di persone, tutto mi pareva meno che una Costituzione. Una Costituzione infatti è un corpus snello che deve assolvere a due compiti: enunciare alcuni principi fondamentali e delineare la struttura dei poteri. Ora: nel caso della Ue il preambolo - a cui per fortuna è stata risparmiata l'onta del riferimento alle radici religiose - stabilisce i principi, mentre la Carta vera e propria si concentra sulla complicatissima divisione dei poteri. Ciò che manca è la sintesi. E non a caso.
La Ue non è e non vuol essere uno stato. Mettendo assieme nazioni che continueranno a tutti gli effetti a rimanere tali, con sovranità e poteri sostanzialmente immutati, deve darsi dei meccanismi che le consentano di funzionare (cioè prendere delle decisioni) senza ledere le prerogative di chi ha contratto il patto. Il risultato è che i diritti fondamentali da tutelare sono di due tipi diversi: quelli delle persone fisiche e quelli degli stati, che sono i reali protagonisti dell'Unione.
In questo senso, se è consentito un po' di scetticismo disfattista, il preambolo è un'inutile manifestazione del "dover essere" dei costituenti. Mi spiego: se la Lettonia conculcasse le libertà individuali, in realtà agli altri paesi non fregherebbe nulla, almeno finché la Lettonia dovesse continuare a partecipare lealmente e correttamente alle istituzioni comunitarie (il casino, ahinoi, scoppierebbe solo se tra le libertà ferite ci fosse quella d'impresa). E d'altronde: se sempre in Lettonia varassero una serie di leggi liberticide, Bruxelles che farebbe, la butterebbe fuori dall'Unione? Oppure farebbe ricorso alle sue radici bizantine - che sono molto più radicate di quelle giudaico-cristiane - e farebbe come con l'Austria ai tempi dell'ingresso al governo dei post-nazisti di Haider, quando gridò allo scandalo e dopo sei mesi di ostracismo se ne lavò le mani?
La verità è che la Costituzione dell'Unione europea non è una Costituzione, ma l'ennesimo trattato; solo, più grande e più solenne di tutti quelli che aveva varato in precedenza.

* * *
Neanche l'America è uno stato, almeno non nel senso europeo del termine. Ma quella approvata nel 1787, e integrata nel 1791 dai primi dieci emendamenti che costituiscono il Bill of rights, è una signora Costituzione. E dire che quei sette articoli (sette!) dovevano anch'essi regolare i rapporti fra i 13 stati fondatori dell'Unione. Ma i delegati dell'assemblea costituente non furono mai neppure sfiorati dall'idea che quello fosse il solo compito della Carta che stavano scrivendo. Che gli Stati Uniti dovessero essere una nazione era un dato a priori.
Poi certo, ci furono scontri aspri. I federalisti di Hamilton e Madison, che contrariamente a quel che il lessico bossiano suggerisce erano i fautori di un forte governo centrale, prevalsero sui radicali e riuscirono nell'intento di dare al parlamento nazionale e al presidente poteri essenziali in campo fiscale, monetario, giudiziario, di politica estera e di difesa. James Madison, in particolare, era un po' il Gerhard Schroeder della situazione. La differenza fondamentale è che Madison, autore dei celebri Federalist Papers con cui propagandò le ragioni della nascente repubblica, uscì in trionfo, mentre 217 anni dopo e alcune migliaia di chilometri più a est, Schroeder si è dovuto accontentare di una Carta che all'idea di federazione concede poco o nulla, mettendo tutti i poteri in mano ai singoli stati.
Un'Europa in cui le decisioni fondamentali devono essere prese all'unanimità, non dalla Commissione ma dal Consiglio, è come un'America in cui la Virginia fosse in grado di bloccare qualsiasi decisione sgradita; un'Europa in cui si può essere membri effettivi tenendosi la sterlina è come un'America in cui per passare dal Delaware alla Pennsylvania fosse necessario passare all'ufficio cambi, e un 'Europa in cui anche l'adesione a Schengen è facoltativa è come un'America in cui sia necessario mostrare il passaporto ad ogni ponte sul Potomac.
Certo, sono storie diverse. Né aiuta il fatto che l'Europa non abbia una lingua comune. Una Costituzione come quella americana, in Europa verrebbe affossata dai cittadini - prima ancora che dagli stati - in men che non si dica. Fughe in avanti, insomma, non se ne possono fare. E poi, parallelo per parallelo: l'America è nata su una rivoluzione, l'Europa no; e settant'anni dopo il varo della Costituzione l'America ha dovuto attraversare una guerra civile spaventosa per ritrovare le ragione del proprio patto, destino non certo auspicabile per il vecchio continente.
Ma chi si domanda perché oggi l'Europa non è minimamente in grado di competere con gli Stati Uniti, sappia che la risposta non va cercata tanto lontana. Basta guardarsi le carte. Costituzionali. (41/Continua)

Tuesday, June 15, 2004

Candidate's diary - part 40

Speaking with Richard Clarke and finding out that he's the man

Per Bush, ovviamente, non può tornare a lavorare. Per Kerry potrebbe, ma ha già ampiamente detto e ripetuto che non ha alcuna intenzione di farlo. Eppure Richard Clarke - l'ex responsabile dell'antiterrorismo di Clinton e poi di Bush, che nel marzo scorso ha fatto saltare il banco dimettendosi e denunciando i ritardi della Casa Bianca nella lotta ad al Qaeda - col governo ci tornerebbe a lavorare volentieri. Con un altro governo, però.
Questo ha detto venerdì, di passaggio a Roma per presentare l'edizione italiana (Contro tutti i nemici, Longanesi) del libro che ha messo alla berlina Condi Rice. Io ero lì, l'ho sentito con le mie orecchie. E gongolavo. Ecco il mio consigliere per la sicurezza nazionale. L'uomo giusto al posto giusto, uno che non è né morbido né tiepido; solo tremendamente ragionevole e concentrato sul suo mestiere.
Per esempio. Con la mezza svolta all'Onu, il passaggio delle consegne alle porte e la parziale ricomposizione del baratro atlantico, ora son tutti lì a tirar sospiri di sollievo e a godersi l'immagine di un Bush finalmente tornato sulla strada maestra del multilateralismo. Tutto è bene quel che finisce bene? Macché. Questa melassa un po' lo schifa, e Clarke non ne fa mistero. Ribadisce quel che ha sempre pensato, che Saddam con la guerra al terrorismo non c'entrasse un accidenti e che anzi l'invasione avrebbe prodotto solo danni, perché occupando l'Iraq l'America si sarebbe tirata addosso l'ira di mezzo mondo arabo. E lungi dall'accodarsi al coro dei sollevati-sospiranti, traccia un quadro sinistro: una nuova vittoria di Bush sarebbe un autentico disastro, perché se fino ad oggi il presidente doveva mantenere un minimo di cautela in vista della rielezione, da novembre in poi - se fosse confermato - potrebbe dare libero sfogo a tutti i suoi peggiori istinti, «perché tanto più di due mandati non li può fare». Altro che sconfitta dei neocon: quelli aspettano solo il 2 di novembre per scatenarsi. Siria? Iran? Corea? Fin lì non si spinge, di far previsioni a vanvera non se la sente. Ma lo spirito «messianico» dell'attuale amministrazione non lo tranquillizza affatto.
Allo stesso modo, non lo tranquillizza il modo di lavorare della banda Bush. Gente «che non fa i compiti», attacca. «Tutte le precedenti amministrazioni studiavano, valutavano gli scenari, facevano deduzioni e controdeduzioni, mettevano in discussione le loro stesse convinzioni per vedere se reggevano all'onere della prova. Questa no. Questa amministrazione è partita dalla risposta - invadere l'Iraq, e poi ha costruito le domande adatte a produrre la risposta stessa: "Come facciamo a dimostrare che è necessario invadere?"».
Questa di smontare il paradigma della guerra all'Iraq potrebbe sembrare una sua ossessione. E forse un po' lo è. Ma la sua ossessione vera è la lotta al terrorismo. Perché al Qaeda, dice, «è viva e vegeta». E' stata colpita, questo è innegabile, ed è stata costretta ad adattarsi. Ma non è affatto più debole. Semplicemente, è meno verticistica. Ieri tutte le decisioni erano prese dall'azionista di riferimento, Osama, e dalla sua accolita. Oggi c'è un fiorire di gruppi che si muovono autonomamente, e che - a conti fatti - sono in grado di colpire come se non più di prima.
E poi c'è il governo, che dà i numeri al lotto. Prendete l'ultimo allarme attentati, di due settimane fa: «Una mattina Tom Ridge, il ministro per la Sicurezza interna, garantisce che non esiste alcuna informazione relativa a nuovi attacchi. Poi il pomeriggio stesso salta fuori John Ashcroft (che è il ministro della Giustizia, cioè il responsabile dell'Fbi) e dice che al contrario l'allarme è elevatissimo». Della serie: manco si parlano. Poi vatti a stupire se nessuno li prende più sul serio. «Io con gli uomini delle polizie locali ci parlo ancora: mi raccontano che a ogni nuovo allarme non sanno se crederci o no, perché nessuno gli dà uno straccio di elemento e non sanno più se è solo un modo del governo di pararsi il culo».
Direte: facile criticare gli altri, ma in concreto lui che farebbe? Beh, per dirne una lui nel 1998 fece firmare a Clinton un documento segreto che autorizzava l'uccisione di bin Laden, che allora si sapeva ancora dov'era. La Cia non si accontentò dell'autorizzazione e volle un ordine esplicito. Lo ottenne. Poi ne ottenne un altro ancora, ancor più chiaro. Ma non se ne fece nulla, perché a Langley temevano di mettere a repentaglio la vita degli agenti sul campo. Il resto è cronaca. Come è cronaca il fatto che nell'autunno '99, siccome c'era aria di attentati per il passaggio del millennio, Clarke convinse Clinton a tenere un vertice dietro l'altro per mobilitare tutte le agenzie di sicurezza, che infatti sventarono uno se non due attentati. Mentre all'inizio del 2001 - è cronaca pure questa - Bush non gli diede retta, e quando in agosto la Cia gli recapitò sul tavolo un documento che parlava di dirottamenti aerei il presidente andò a giocare a golf dicendo che le informazioni non erano sufficientemente circostanziate.
L'ho ascoltato per un'ora, Clarke. E più parlava, più mi convinceva. Chi, se non il consigliere per la sicurezza nazionale, dovrebbe spiegarti che puoi mettere in campo tutta l'antiterrorismo della terra, ma se non cerchi di bloccare i canali di reclutamento - combattendo una guerra ideologica con il radicalismo islamico, e per esempio finanziando la costruzione di scuole pubbliche laddove esistono solo quelle religiose, come in Yemen e Pakistan - non sarai mai al sicuro? He's my man.
Poi chissà, un bel giorno forse riuscirò a fargli dire la verità anche su una storia in cui sospetto mi abbia raccontato una panzana. Venerdì l'ho preso da parte e gli ho chiesto se - per il ruolo che ricopriva allora - sarebbe stato al corrente qualora il volo United Airlines 93 (quello finito in un prato della Pennsylvania) fosse stato abbattuto. «Certo che sì», mi ha risposto. Gli ho ricordato che sulla sorte di quell'aereo molti hanno dubbi, e che sia caduto da solo ci credono poco. «Sbagliano, di dubbi non ce ne dovrebbero proprio essere». Nel senso che non lo avete abbattuto? «Esatto. Ma lo avremmo abbattuto, ce l'avevamo nel radar. Ancora qualche miglio e l'avremmo tirato giù. L'ordine era già stato dato». Un po' mi puzza. Se dici «eravamo pronti ad abbatterlo» passi per un leader responsabile, pronto ad assumerti anche la più tremenda delle responsabilità. Ma se confessi di averlo abbattuto è tutto un altro paio di maniche, anche se avevi ragione. Forse un giorno ne riparleremo. (40/Continua).

Tuesday, June 08, 2004

Candidate's diary - part 39

Pity, yes. But no nostalgia for Reagan

E' il 5 di giugno del 2004 e il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è in Francia. Ventiquattr'ore più tardi parteciperà alle celebrazioni del sessantennale dello sbarco in Normandia, forse la pagina più nobile della storia americana. Bush è in difficoltà, un anno e qualche mese fa si è imbarcato in una guerra che discutibile è dir poco, l'ha vinta in fretta ma non è stato capace di gestire la vittoria; e ora si trova impantanato in Iraq, con mille morti americani sul groppone (più un numero imprecisato di iracheni, ma si sa, quelli non contano), a pochi mesi dalle elezioni. La sua popolarità è in caduta libera. L'anniversario del D-Day casca quindi a fagiolo. Girando per l'Europa in qualità di rappresentante del paese liberatore, ha gioco facile nel presentare l'equazione: 1944 e 2004 pari sono, oggi l'America combatte il terrorismo come ieri sconfisse il nazi-fascismo (per inciso segnalo un interessante fenomeno storico-lessicale: secondo più d'una trasmissione Rai l'America sconfisse il nazismo. Sul fascismo, manco un cenno). L'equazione è taroccata ma non importa: noi siamo tutta gente a modo, e che l'Iraq col terrorismo c'entri pochino glielo ricorderemo un'altra volta, a celebrazioni concluse.
Orbene, Bush è lì che si gode l'aria frizzante di Parigi quando dalla madrepatria arriva un triste annuncio: Ronald Reagan è morto. Bush si chiude in pensoso raccoglimento e in cuor suo si sente ancor più grande. Il binomio Roosevelt- Bush diventa un trio, Roosevelt-Reagan-Bush, uniti dalla comune lotta al trio del male: nazifascismo-comunismo-terrorismo. Noi siamo gente a modo, e gli passiamo pure questa.
Però c'è un passaggio che non torna. Perché se ha ragione Bush - se come sostiene lui l'Iraq oltre a essere una dittatura sanguinaria come molte altre era anche uno snodo fondamentale del terrorismo islamico internazionale - nel suo trio c'è una mela marcia. Se al mondo c'è qualcuno da ringraziare per aver nutrito e sostenuto Saddam Hussein, infatti, quel qualcuno è Ronald Reagan. Lo so, davanti a un morto non sta bene ricordarlo. Però, Diosanto, non pigliamoci per i fondelli. Quando osserviamo un po' imbarazzati le vecchie fotografie ingiallite di Donald Rusmfeld che stringe la mano a Saddam dopo avergli garantito appoggio politico e forniture militari, chiediamoci per un momento chi era il suo datore di lavoro. E' molto sgradevole che a ricordarlo - ieri è stata l'unica - sia la radio ufficiale iraniana, ma che ci piaccia o no le cose stanno così: il miglior alleato che Saddam Hussein abbia mai avuto è stato il quarantesimo presidente degli Stati Uniti. Tanto ci piaceva Saddam, a quei tempi, che in suo onore rispolverammo anche il felicissimo slogan coniato per Somoza, e che tanto bene riassumeva tutta la nostra realpolitik: «E' un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana».
Certo, l'Iran faceva paura. Soprattutto a Reagan, che ben ricordava come Teheran fosse stata la tomba del suo predecessore, Jimmy Carter. Pur di combatterlo tutto era lecito, e chissà, magari un giorno scopriremo che aveva pure ragione. Però la storia è la storia, e con la storia non si gioca. E poi: se aveva così ragione, allora non si capisce per quale motivo Reagan dovesse aver ragione anche quando in gran segreto si mise a vendere tonnellate di armi all'Iran per costruire un fondo nero da spendere in Nicaragua contro i sandinisti (cioè, nemesi curiosa, quelli che avevano buttato giù Somoza, figlio del primo fra i nostri figli di puttana).
Sarà che sconfisse il mio presidente preferito, Carter. Sarà che conservo come un'icona tragica la prima pagina del San Francisco Chronicle - all'epoca lo distribuivo al mattino agli abbonati - che il 5 novembre dell'80 strillava a nove colonne e a caratteri di scatola «Reagan Sweep», Reagan spazza. O sarà che sempre allora passai tre mesi a concepire un cartello da appendere nel giardino davanti a casa che (se mai lo avessi realizzato) avrebbe detto «Don't blame me, I voted for Carter». Sarà quel che volete, ma al coro di quelli che (Kerry incluso) si stracciano le vesti proprio non riesco a unirmi. Il Reagan per cui provo solidarietà è il Reagan malato, l'essere umano che si è spento passo passo in modo orribile; quello che se George Bush non avesse battuto la testa come San Paolo sulla via di Damasco sarebbe stato il testimonial ideale per la ricerca sulle cellule staminali.
Per il Reagan presidente, invece, non ho nostalgia alcuna. Non ho nostalgia per il presidente del sindacato attori che capeggiò le epurazioni maccartiste di Hollywod. Ma soprattutto non ho nostalgia per il presidente del più grande paese del mondo che scappò a gambe levate dalla missione di peacekeeping in Libano (era il 1983) e abbandonò il grandioso tentativo di Carter di metter pace in Medio oriente.
Dicono che ha sconfitto il comunismo (ed è vero solo in parte: lui diede solo il colpo di grazia a un malato terminale). Congratulazioni. Ma oggi dal Mediterraneo all'Oceano indiano il mondo è una santabarbara, e in parte lo dobbiamo anche a lui. Rest in peace. (39/Continua)

Tuesday, June 01, 2004

Candidate's diary - part 38

Bush tours Europe on the sixtieth anniversary of its liberation: Wish Dole were there instead...

Politicamente, la cosa più importante che ha fatto è stata la reclame della Pepsi in cui, estasiato dal seno prorompente di Britney Spears, si prendeva per i fondelli da solo per aver fatto una precedente reclame del Viagra. Ma Bob Dole - il repubblicano che alle elezioni del '96 perse la sfida con Bill Clinton - ha al suo attivo altre cose degne di nota: un libro molto divertente intitolato Great Presidential Wit, per esempio, in cui ha raccolto le battute più argute dei 43 presidenti degli Stati Uniti; e un discorso memorabile, tanto era fuori sintonia rispetto al coro generale, alla Convention repubblicana di Philadelphia, nel 2000.
Quel giorno ero in platea, e quell'intervento me lo ricordo bene. In attesa del discorso di accettazione della candidatura di George W. Bush, che sarebbe arrivato il dì seguente, la giornata era stata dedicata alla celebrazione delle magnifiche sorti e progressive delle forze armate: parlò l'ex generale e non ancora segretario di Stato Colin Powell, che anticipando i contenuti dei successivi quattro anni di servizio a capo della diplomazia americana non disse niente di significativo; parlò Norman “Stormin” Schwartzkopf, teatralmente in collegamento dalla tolda di una portaerei parcheggiata in rada a tre chilometri dal palasport, che disse quant'era stato bravo a cacciare Saddam Hussein dal Kuwait (e a Bush la scena piacque talmente tanto che l'avrebbe rifatta nel 2003, travestito da Top Gun, per raccontare al mondo la balla sulla missione compiuta in Iraq); parlarono altri graduati, di cui nemmeno ricordo il nome, e vennero mostrati filmati strappalacrime sulle gesta eroiche dei nostri boys, in Normandia, in Corea, in Vietnam dove di eroico ci fu assai poco, forse pure a Panama, certamente nel Golfo… E poi appunto, parlò Bob Dole, un rappresentante della Greatest Generation che aveva liberato l'Europa dal nazifascismo. Sia detto per inciso, uno che la guerra l'aveva combattuta per davvero, proprio qui in Italia.
Chi aveva preparato la scaletta probabilmente immaginava che Dole avrebbe usato il suo quarto d'ora per dire «uh quant'eravamo bravi, e belli, e giusti», e «uh quanto sono bravi, e belli, e giusti tutti quelli che sono venuti dopo di noi». Bob Dole, che non è un pacifista, può essere che lo pensasse. Ma forse perché conosceva bene le pulsioni profonde del suo partito, o forse - mi piace pensarlo - perché tutta quella fanfara gli aveva dato allo stomaco, salì sul palco e diede a tutti un bel cazzotto nello stomaco. Esordì dicendo che sì, lui e quelli della sua generazione avevano fatto cose straordinarie durante la II Guerra Mondiale: avevano sconfitto la barbarie e liberato il mondo dalla tirannide. Ma non si fermò lì. Il primo colpo a quella parata fasulla lo diede ricordando che in realtà lui e quelli come lui erano persone come tutte le altre, e che fu la straordinarietà delle circostanze a rendere straordinario quel che riuscirono a ottenere. Poi, con un tono dimesso che rendeva ancor più efficace il crescendo logico del suo intervento, disse a un uditorio sempre più attonito che solo chi la guerra l'aveva combattuta per davvero (sottinteso: mica come te, Schwartzkopf, che te la sei cavata in tre mesi) sapeva apprezzare veramente il valore della pace. Poco ci mancava che dicesse che erano tutti degli zucconi, e che quella messinscena era ridicola. Quando finì di parlare io mi spellai le mani, e fui l'unico. Gli altri applaudirono educatamente ma senza alcun entusiasmo.
Poi mi misi a scrivere. Ne venne fuori una corrispondenza del tutto priva del necessario distacco, in cui descrivevo un po' schifato quella giornata intrisa di retorica bellicista e rendevo omaggio al solo leader repubblicano che aveva avuto il coraggio di dire parole di buonsenso. Mario Tedeschini Lalli, che a quei tempi era il mio capo, sembrava perplesso e non aveva tutti i torti: quella non era una cronaca. Ma decise di fidarsi, e pubblicò tutto quel che gli avevo spedito. Approfitto dell'occasione per ringraziarlo. Ma credo anche che col senno di poi, dopo quattro anni di amministrazione trigger happy, anche lui sia convinto di aver agito bene.
La Convention repubblicana di quattro anni fa mi è tornata in mente con l'avvicinarsi del sessantesimo della liberazione di Roma: tra gli uni che fanno la fila per genuflettersi al cospetto del peggior presidente che l'America abbia mai avuto, e gli altri che - confondendola con la cronaca - non vedono l'ora di liberarsi della loro storia, il 4 giugno vorrei passarlo su un'isola deserta. O meglio ancora in compagnia del repubblicano Bob Dole: un uomo che ancora due giorni fa, mentre a Washington s'inaugurava il memoriale della II Guerra Mondiale (alla buon'ora!) e i suoi compagni di partito ne approfittavano per fare un po' di bieca propaganda, tornava un'altra volta a mettere i puntini sugl'i: «La Seconda Guerra Mondiale è stato un grande sforzo di condivisione, tra chi era al fronte e chi a casa. Tutti eravamo favorevoli. Ora l'opinione è divisa, 50-50, e i soli a sacrificarsi sono i soldati». (38/Continua)

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