Tuesday, May 25, 2004
Candidate's diary - part 37
Ode to B.D, who lost e leg in Iraq
B.D. è in terra. E' stato colpito, suda freddo. I suoi commilitoni gli levano l'elmetto. Non era mai successo: da oltre 30 anni nessuno lo aveva mai visto a capo scoperto, senza elmetto militare o senza il suo inseparabile casco da quarterback di football americano. L'immagine si allarga: gli infermieri militari gli infilano l'endovena; adagiato su una barella B.D. viene portato via dalla zona dei combattimenti. Un razzo gli ha spappolato la gamba sinistra.
E' successo il 21 aprile, e da allora attorno a Doonesbury, una delle striscie a fumetti più seguite del mondo, si è scatenato il finimondo. Del ferimento di B.D. hanno parlato molti dei 1.400 giornali che da anni, ogni giorno, ne riportano le gesta; ne ha parlato National Public Radio, il network radiofonico pubblico degli Stati Uniti; ne hanno parlato i lettori, che hanno intasato il forum del sito ufficiale di Doonesbury; e ne ha parlato - malissimo, gridando vendetta per l'utilizzo pubblico del dolore di un soldato - Bill O'Reilly, il principe dei commentatori della Fox. Curioso: nel pantano iracheno è tanto se fa notizia un militare che muore, per i feriti proprio non c'è lo spazio. Ma se a essere colpito a Falluja è un uomo virtuale, il personaggio di un fumetto, scoppia il caso, un caso politico. B.D. che perde una gamba in Iraq segna il dibattito pubblico assai più di George Bush che perde la faccia cadendo dalla bici.
Poteva morire, B.D. Ma il destino sarebbe stato troppo buono con lui, l'ex campione di football che si era arruolato volontario in Vietnam e che grazie all'eterna giovinezza degli eroi a matita è tornato in guerra anche in Iraq, a trent'anni di distanza. Fosse morto i suoi lettori sarebbero rimasti sotto shock, certamente alcuni l'avrebbero compianto. Ma una volta sepolto, B.D. non avrebbe più detto niente a nessuno. Invece ha perso una gamba. Il 21 aprile, quand'è successo, era semicosciente, ancora non capiva del tutto. Poco dopo avrebbe compreso, e avrebbe dato sfogo alla sua ira con una tale sequela di bestemmie che molti giornali (sempre attentissimi a non turbare il proprio pubblico) hanno deciso di pubblicare la striscia censurando il testo. Menomato, ma vivo, B.D. continua così a parlare, a suscitare emozioni, a evocare l'orrore della guerra. Come nell'episodio - terribile - che pubblichiamo qui a fianco, uscito il 20 maggio.
Gary B. Trudeau, l'autore di Doonesbury, è da una vita che nuota controcorrente. Quando inventò la sua striscia c'era ancora la guerra del Vietnam. B.D era in armi anche allora: in Indocina fu catturato da un vietcong imberbe, Phred, destinato anch'egli a diventare un protagonista fisso della saga. E già allora rimase ferito. Ma a quei tempi Trudeau era un vignettista più scanzonato, e a provocare la lesione - il massimo dello sfottò - fu una lattina di birra. Oggi no. E il povero B.D., che negli anni è anche maturato, per quanto lentamente, si è sposato l'ex coniglietta di Playboy Barbara Ann Boopstein (Boopsie) e ha fatto una figlia, Sam, questa volta si è fatto male per davvero.
Non so cosa succederà in futuro, e forse non lo sa ancora nemmeno Trudeau. Ma Doonesbury non è Topolino, gli episodi sono tutti collegati tra di loro e quando un personaggio evolve, evolve per sempre. B.D. non riavrà mai più la sua gamba. Magari diventerà come il Ron Kovic (Tom Cruise) di Nato il 4 luglio, che costretto su una sedia a rotelle patirà le pene dell'inferno, sprofonderà in un autentico abisso umano, ma alla fine ritroverà la forza di farsi una vita e diventerà un attivista pacifista. Magari invece no, nessuno lo può sapere. Forse rimetterà il casco da football, forse no. Ma facendolo saltare su una mina, Trudeau gli ha costruito un destino completamente diverso da quello del ragazzone invasato e credulone: segnandolo per sempre, lo ha costretto a fare da testimone di cosa succede in guerra. Oggi che la guerra c'è, e domani che, quando a Dio piacendo non ci sarà più, saremo tutti un po' più inclini a dimenticare.
Trudeau merita un ringraziamento. E con lui lo merita anche B.D., costretto suo malgrado a lasciarci una gamba. (37/Continua)
www.continiforamerica.org
Ode to B.D, who lost e leg in Iraq
B.D. è in terra. E' stato colpito, suda freddo. I suoi commilitoni gli levano l'elmetto. Non era mai successo: da oltre 30 anni nessuno lo aveva mai visto a capo scoperto, senza elmetto militare o senza il suo inseparabile casco da quarterback di football americano. L'immagine si allarga: gli infermieri militari gli infilano l'endovena; adagiato su una barella B.D. viene portato via dalla zona dei combattimenti. Un razzo gli ha spappolato la gamba sinistra.
E' successo il 21 aprile, e da allora attorno a Doonesbury, una delle striscie a fumetti più seguite del mondo, si è scatenato il finimondo. Del ferimento di B.D. hanno parlato molti dei 1.400 giornali che da anni, ogni giorno, ne riportano le gesta; ne ha parlato National Public Radio, il network radiofonico pubblico degli Stati Uniti; ne hanno parlato i lettori, che hanno intasato il forum del sito ufficiale di Doonesbury; e ne ha parlato - malissimo, gridando vendetta per l'utilizzo pubblico del dolore di un soldato - Bill O'Reilly, il principe dei commentatori della Fox. Curioso: nel pantano iracheno è tanto se fa notizia un militare che muore, per i feriti proprio non c'è lo spazio. Ma se a essere colpito a Falluja è un uomo virtuale, il personaggio di un fumetto, scoppia il caso, un caso politico. B.D. che perde una gamba in Iraq segna il dibattito pubblico assai più di George Bush che perde la faccia cadendo dalla bici.
Poteva morire, B.D. Ma il destino sarebbe stato troppo buono con lui, l'ex campione di football che si era arruolato volontario in Vietnam e che grazie all'eterna giovinezza degli eroi a matita è tornato in guerra anche in Iraq, a trent'anni di distanza. Fosse morto i suoi lettori sarebbero rimasti sotto shock, certamente alcuni l'avrebbero compianto. Ma una volta sepolto, B.D. non avrebbe più detto niente a nessuno. Invece ha perso una gamba. Il 21 aprile, quand'è successo, era semicosciente, ancora non capiva del tutto. Poco dopo avrebbe compreso, e avrebbe dato sfogo alla sua ira con una tale sequela di bestemmie che molti giornali (sempre attentissimi a non turbare il proprio pubblico) hanno deciso di pubblicare la striscia censurando il testo. Menomato, ma vivo, B.D. continua così a parlare, a suscitare emozioni, a evocare l'orrore della guerra. Come nell'episodio - terribile - che pubblichiamo qui a fianco, uscito il 20 maggio.
Gary B. Trudeau, l'autore di Doonesbury, è da una vita che nuota controcorrente. Quando inventò la sua striscia c'era ancora la guerra del Vietnam. B.D era in armi anche allora: in Indocina fu catturato da un vietcong imberbe, Phred, destinato anch'egli a diventare un protagonista fisso della saga. E già allora rimase ferito. Ma a quei tempi Trudeau era un vignettista più scanzonato, e a provocare la lesione - il massimo dello sfottò - fu una lattina di birra. Oggi no. E il povero B.D., che negli anni è anche maturato, per quanto lentamente, si è sposato l'ex coniglietta di Playboy Barbara Ann Boopstein (Boopsie) e ha fatto una figlia, Sam, questa volta si è fatto male per davvero.
Non so cosa succederà in futuro, e forse non lo sa ancora nemmeno Trudeau. Ma Doonesbury non è Topolino, gli episodi sono tutti collegati tra di loro e quando un personaggio evolve, evolve per sempre. B.D. non riavrà mai più la sua gamba. Magari diventerà come il Ron Kovic (Tom Cruise) di Nato il 4 luglio, che costretto su una sedia a rotelle patirà le pene dell'inferno, sprofonderà in un autentico abisso umano, ma alla fine ritroverà la forza di farsi una vita e diventerà un attivista pacifista. Magari invece no, nessuno lo può sapere. Forse rimetterà il casco da football, forse no. Ma facendolo saltare su una mina, Trudeau gli ha costruito un destino completamente diverso da quello del ragazzone invasato e credulone: segnandolo per sempre, lo ha costretto a fare da testimone di cosa succede in guerra. Oggi che la guerra c'è, e domani che, quando a Dio piacendo non ci sarà più, saremo tutti un po' più inclini a dimenticare.
Trudeau merita un ringraziamento. E con lui lo merita anche B.D., costretto suo malgrado a lasciarci una gamba. (37/Continua)
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Tuesday, May 18, 2004
Candidate's diary - part 36
Some dream of McCain, others dream about him
«Certo che è una prospettiva interessante, un po' ci penso ancora». John McCain è seduto a un tavolo, ha un paio di baffi alla mongola che nelle mille immagini televisive non gli avevo mai visto. Stiamo conversando amabilmente, io e lui da soli. Io sono incuriosito, vorrei sapere se ha mai preso in seria considerazione l'offerta di fare da vice a John Kerry, dunque di tradire il suo partito e quel bellimbusto del presidente Bush. Lui ammette: ci ha pensato eccome. Ha rifiutato, è vero, ma in realtà l'idea non ha mai smesso di solleticarlo.
E' successo venerdì notte. Stavo dormendo della grossa, e il senatore dell'Arizona - il repubblicano più amato dai democratici - mi è apparso come la Madonna. Un'epifania, forse il desiderio inconscio di tornare a fare il giornalista a tempo pieno e smettere i panni del candidato presidenziale, oppure un'allucinazione (ma l'Lsd non c'entra, non l'ho mai preso). Oppure chissà, forse McCain voleva davvero mandarmi un messaggio: Abb, anything but Bush. Anche a costo di saltare il fosso.
Che ci abbia pensato davvero ad accettare lo sapevo già, anche prima di sognarmelo. Che ci stia pensando ancora temo non sia vero. Che stia accarezzando l'idea di accettare il “piano B”, prendere il posto di Donald Rumsfeld al Pentagono in caso di vittoria di Kerry, invece è assai probabile. In fondo non sarebbe né il primo né l'ultimo ministro americano a servire un presidente del partito avverso: nell'amministrazione Bush il ministro dei Trasporti, Norman Mineta, è un democratico; William Cohen, un repubblicano, fu segretario della Difesa di Clinton; e andando agli albori della repubblica, George Washington - un senza partito con forti simpatie federaliste - mise nello stesso governo Thomas Jefferson (un democratico-repubblicano, come si chiamavano allora i democratici) e Alexander Hamilton (un federalista, formazione dalle cui ceneri nasceranno gli odierni repubblicani).
Il motivo per cui quel pesce lesso di Kerry fa una corte così spietata a McCain è evidente: spera di superare le attuali difficoltà a imporsi sulla scena e vincere le elezioni rubando voti a Bush. Perché McCain l'establishment repubblicano lo detesta, ma molti elettori repubblicani ancora lo adorano. Il problema è che McCain è troppo orgoglioso per ammettere che è ora di cambiare casacca, ed è anche troppo di destra: il partito Repubblicano ormai gli dà il voltastomaco, ma dei Democratici non riesce a fidarsi. In fondo lui è un conservatore, e in politica estera è un falco (falco pensante, ma sempre falco). Di fare il cavallo di Troia, l'arma segreta che alle elezioni di novembre porterà alla disfatta i Repubblicani, non gli va.
Altro discorso sarebbe accettare la poltrona da ministro. Perché i ministri si scelgono ad elezioni avvenute, non prima. Se per fare il vicepresidente dovrebbe tradire il suo partito prima del voto, per fare il ministro gli basterebbe stare alla finestra e aspettare, e poi magari dir di sì in nome del supremo interesse della nazione. Però qui sta l'inghippo. Perché McCain è tanto bravo, simpatico e popolare, ma Kerry è interessato a lui prima delle elezioni, non dopo. Prima delle elezioni McCain è una carta vincente, dopo è solo una tassa da pagare (oltre che un ministro da tenere a bada, cosa non facile visto che quello è un po' matto).
Ma allora perché Kerry si ostina a offrirgli la poltrona? Semplice: show biz allo stato puro. Kerry ha fatto di tutto per spacciarsi per falco, perché anche chi è convinto che andare in Iraq fosse un'idiozia (e ormai sono parecchi) pensa che comunque la guerra al terrorismo richieda un falco alla Casa Bianca. E siccome lui su quel fronte non riesce ad essere credibile, offrendo il Pentagono a McCain cerca di dimostrare che non è un pappamolla. Inoltre, un po' di traino elettorale, se McCain sta al gioco, può esserci lo stesso. Perché se il senatore dell'Arizona continua a fare il gigione e a rispondere «ni» - che è cosa assai diversa da un «no» - nessuno lo potrà mai accusare di tradimento, ma allo stesso tempo l'accoppiata Kerry-McCain diventa un'immagine reale o perlomeno verosimile. E se si stampa nella testa della gente, un po' di voti arriveranno.
Per quel che mi riguarda, non ho intenzione di offrirgli la guida del mio esercito, che affiderei più volentieri a un esperto di mondo arabo. Nel nostro colloquio onirico io e McCain parlavamo di Kerry, non di un'amministrazione Contini. Però lo inviterei a pranzo almeno una volta al mese: coi falchi bisogna pur confrontarsi, e di tutti i falchi McCain, con o senza baffi alla Gengis Khan, è di gran lunga il migliore. (36/Continua).
Some dream of McCain, others dream about him
«Certo che è una prospettiva interessante, un po' ci penso ancora». John McCain è seduto a un tavolo, ha un paio di baffi alla mongola che nelle mille immagini televisive non gli avevo mai visto. Stiamo conversando amabilmente, io e lui da soli. Io sono incuriosito, vorrei sapere se ha mai preso in seria considerazione l'offerta di fare da vice a John Kerry, dunque di tradire il suo partito e quel bellimbusto del presidente Bush. Lui ammette: ci ha pensato eccome. Ha rifiutato, è vero, ma in realtà l'idea non ha mai smesso di solleticarlo.
E' successo venerdì notte. Stavo dormendo della grossa, e il senatore dell'Arizona - il repubblicano più amato dai democratici - mi è apparso come la Madonna. Un'epifania, forse il desiderio inconscio di tornare a fare il giornalista a tempo pieno e smettere i panni del candidato presidenziale, oppure un'allucinazione (ma l'Lsd non c'entra, non l'ho mai preso). Oppure chissà, forse McCain voleva davvero mandarmi un messaggio: Abb, anything but Bush. Anche a costo di saltare il fosso.
Che ci abbia pensato davvero ad accettare lo sapevo già, anche prima di sognarmelo. Che ci stia pensando ancora temo non sia vero. Che stia accarezzando l'idea di accettare il “piano B”, prendere il posto di Donald Rumsfeld al Pentagono in caso di vittoria di Kerry, invece è assai probabile. In fondo non sarebbe né il primo né l'ultimo ministro americano a servire un presidente del partito avverso: nell'amministrazione Bush il ministro dei Trasporti, Norman Mineta, è un democratico; William Cohen, un repubblicano, fu segretario della Difesa di Clinton; e andando agli albori della repubblica, George Washington - un senza partito con forti simpatie federaliste - mise nello stesso governo Thomas Jefferson (un democratico-repubblicano, come si chiamavano allora i democratici) e Alexander Hamilton (un federalista, formazione dalle cui ceneri nasceranno gli odierni repubblicani).
Il motivo per cui quel pesce lesso di Kerry fa una corte così spietata a McCain è evidente: spera di superare le attuali difficoltà a imporsi sulla scena e vincere le elezioni rubando voti a Bush. Perché McCain l'establishment repubblicano lo detesta, ma molti elettori repubblicani ancora lo adorano. Il problema è che McCain è troppo orgoglioso per ammettere che è ora di cambiare casacca, ed è anche troppo di destra: il partito Repubblicano ormai gli dà il voltastomaco, ma dei Democratici non riesce a fidarsi. In fondo lui è un conservatore, e in politica estera è un falco (falco pensante, ma sempre falco). Di fare il cavallo di Troia, l'arma segreta che alle elezioni di novembre porterà alla disfatta i Repubblicani, non gli va.
Altro discorso sarebbe accettare la poltrona da ministro. Perché i ministri si scelgono ad elezioni avvenute, non prima. Se per fare il vicepresidente dovrebbe tradire il suo partito prima del voto, per fare il ministro gli basterebbe stare alla finestra e aspettare, e poi magari dir di sì in nome del supremo interesse della nazione. Però qui sta l'inghippo. Perché McCain è tanto bravo, simpatico e popolare, ma Kerry è interessato a lui prima delle elezioni, non dopo. Prima delle elezioni McCain è una carta vincente, dopo è solo una tassa da pagare (oltre che un ministro da tenere a bada, cosa non facile visto che quello è un po' matto).
Ma allora perché Kerry si ostina a offrirgli la poltrona? Semplice: show biz allo stato puro. Kerry ha fatto di tutto per spacciarsi per falco, perché anche chi è convinto che andare in Iraq fosse un'idiozia (e ormai sono parecchi) pensa che comunque la guerra al terrorismo richieda un falco alla Casa Bianca. E siccome lui su quel fronte non riesce ad essere credibile, offrendo il Pentagono a McCain cerca di dimostrare che non è un pappamolla. Inoltre, un po' di traino elettorale, se McCain sta al gioco, può esserci lo stesso. Perché se il senatore dell'Arizona continua a fare il gigione e a rispondere «ni» - che è cosa assai diversa da un «no» - nessuno lo potrà mai accusare di tradimento, ma allo stesso tempo l'accoppiata Kerry-McCain diventa un'immagine reale o perlomeno verosimile. E se si stampa nella testa della gente, un po' di voti arriveranno.
Per quel che mi riguarda, non ho intenzione di offrirgli la guida del mio esercito, che affiderei più volentieri a un esperto di mondo arabo. Nel nostro colloquio onirico io e McCain parlavamo di Kerry, non di un'amministrazione Contini. Però lo inviterei a pranzo almeno una volta al mese: coi falchi bisogna pur confrontarsi, e di tutti i falchi McCain, con o senza baffi alla Gengis Khan, è di gran lunga il migliore. (36/Continua).
Tuesday, May 11, 2004
Candidate's diary - part 35
Just like My Lai? No, Abu Ghraib is worse
Dopo aver passato un intero anno a smentire i paragoni sempre più ricorrenti tra Vietnam e Iraq, un Colin Powell in vena di vendette si è lasciato andare ad un raffronto raggelante: le torture nel carcere di Abu Ghraib sono come il massacro di My Lai. Cioè, come il peggior crimine di guerra mai compiuto da militari americani: circa 350 tra vecchi donne e bambini, tutti inermi, sterminati in 4 ore dalla Compagnia Charlie la mattina del 16 marzo 1968.
Se lo dice Powell, c'è da credergli. Lui a My Lai non c'era. Ma quella vicenda la conosce bene, e per una serie di motivi. Perché nel 1963, quando ancora era solo un capitano, si fece notare per aver suggerito di bruciare i villaggi vietnamiti (anche quelli dei Montagnard, la minoranza cristiana su cui oggi in Occidente si piangono calde lacrime) ed evitare così che dessero rifugio ai vietcong: una tattica che portata alle estreme conseguenze produsse episodi come quello di My Lai. E perché nel suo piccolo diede un contributo all'iniziale insabbiamento del massacro: nel 1968, divenuto maggiore nella stessa Divisione Americal di cui faceva parte la Compagnia Charlie, Powell si vide recapitare sul tavolo la lettera con cui un soldato denunciava le violenze gratuite dei suoi commilitoni nei confronti dei civili (pur senza citare direttamente My Lai, di cui aveva solo sentito parlare); senza nemmeno interpellare l'autore, Tom Glen, il maggiore Powell scrisse un memorandum nel quale sosteneva che «potrebbero esserci casi isolati di maltrattamenti di civili e prigionieri di guerra, ma questo in nessun modo riflette l'atteggiamento generale della Divisione... Il fatto è che i rapporti tra il popolo vietnamita e i soldati americani sono eccellenti».
Già sentita questa frase, vero?
Beh, non è certo la sola coincidenza. Come per Abu Ghraib, anche My Lai venne tenuta nascosta dai comandi. E anche di My Lai si venne a sapere grazie alla stampa. Trentasei anni fa a far sapere al mondo cos'era successo a My Lai fu un giovane cronista di nome Seymour Hersh; oggi il merito principale va alla trasmissione della Cbs 60 Minutes, che ha mandato in onda le prime foto delle torture, e allo stesso Hersh, che sulle colonne del New Yorker ha dimostrato come i comandi americani abbiano tenuto segreto per mesi il comportamento degli aguzzini di Abu Ghraib.
Ma davvero il carcere di Abu Ghraib è paragonabile alle capanne di My Lai? Per atroci che siano, le torture ai danni dei prigionieri sono paragonabili all'uccisione a sangue freddo di centinaia di persone completamente innocenti? Se si contano i litri di sangue, no di certo. Ma se si guarda alle circostanze, la verità si ribalta: Abu Ghraib, purtroppo, è molto peggio.
In Vietnam la vita era un vero inferno, anche per delle bestie assetate di sangue come i soldati della Compagnia Charlie. La morte era dietro l'angolo, sempre. A My Lai non fu così, ma setacciare un villaggio spesso significava davvero finire sotto il fuoco dei vietcong: un minuto eri vivo, quello dopo magari ti ritrovavi un proiettile in fronte o la gamba spappolata da una mina. La Compagnia Charlie era lì da appena tre mesi, fresca del campo di addestramento alle Hawaii. Ma in quei tre mesi ne aveva viste di tutti i colori, aveva subito perdite pesanti. Il Vietnam, tutto il Vietnam, era una carneficina. Chi stava a Saigon si faceva le pere di eroina o se la spassava andando a puttane. Ma nella giungla dovevi solo provare a sopravvivere il più a lungo possibile, e se ti riusciva, evitare di farti prendere dai defolianti che i tuoi aerei rovesciavano a profusione. Sarà che di film sul Vietnam ne abbiamo visti tantissimi, ma non è così difficile immaginare come in quelle condizioni un uomo diventi un animale.
Per rischiosa che sia la situazione, in Iraq non è così. E soprattutto non lo è ad Abu Ghraib. In carcere il nemico è in manette, non abbraccia un mitra; non si nasconde dietro il fogliame, è rinchiuso in una cella; non ti può uccidere, sei solo tu ad avere i mezzi per uccidere lui. Forse la trasfigurazione da uomo (e donna, in questo caso) a bestia si spiega lo stesso: anche sulla psicologia del carceriere di film ne hanno girati a decine. Ma non è, non può essere la stessa cosa. E' tutto più freddo, più razionale, più cinico, più calcolato. Ci vuole dell'ingegno per pensare che il modo più efficace per annientare psicologicamente un musulmano è costringerlo a mimare un rapporto omosessuale, che la sua religione considera peccato mortale. E' più sadico infilare un manico di scopa nel sedere di un prigioniero tra le quattro mura di una fortezza iperprotetta che sparare alla nuca di una vecchina mentre attorno a te tutto brucia e si sentono solo le raffiche degli M-16.
In «The Human Stain», Philip Roth dedica alcune pagine straordinarie - bellissime, e insieme tremende - al rito di risocializzazione di alcuni reduci del Vietnam. La scena si svolge in un ristorante cinese: cibi simili, odori simili, e soprattutto cuochi e camerieri dai tratti somatici simili ai "gooks" che anni dopo la fine della guerra continuano a popolare gli incubi degli ex soldati. I quali, poco alla volta, vengono aiutati a rilassarsi, a restare seduti, a fare le ordinazioni, a mangiare, a non saltare al collo al primo cameriere con gli occhi a mandorla che gli si avvicina alle spalle. Lester, il protagonista, ci mette quattro visite prima di riuscire a completare un pasto facendosi servire da un "muso giallo".
Sospetto invece che Lynndie England o Jeremy Sivitz, i soldati che più frequentemente appaiono nelle foto di Abu Ghraib, non avranno alcuna difficoltà a sedersi in un qualsiasi ristorante mediorientale a mangiare un kebab. Spero solo che quel giorno arrivi dopo un congruo numero di anni di galera. (35/Continua)
www.continiforamerica.org
Just like My Lai? No, Abu Ghraib is worse
Dopo aver passato un intero anno a smentire i paragoni sempre più ricorrenti tra Vietnam e Iraq, un Colin Powell in vena di vendette si è lasciato andare ad un raffronto raggelante: le torture nel carcere di Abu Ghraib sono come il massacro di My Lai. Cioè, come il peggior crimine di guerra mai compiuto da militari americani: circa 350 tra vecchi donne e bambini, tutti inermi, sterminati in 4 ore dalla Compagnia Charlie la mattina del 16 marzo 1968.
Se lo dice Powell, c'è da credergli. Lui a My Lai non c'era. Ma quella vicenda la conosce bene, e per una serie di motivi. Perché nel 1963, quando ancora era solo un capitano, si fece notare per aver suggerito di bruciare i villaggi vietnamiti (anche quelli dei Montagnard, la minoranza cristiana su cui oggi in Occidente si piangono calde lacrime) ed evitare così che dessero rifugio ai vietcong: una tattica che portata alle estreme conseguenze produsse episodi come quello di My Lai. E perché nel suo piccolo diede un contributo all'iniziale insabbiamento del massacro: nel 1968, divenuto maggiore nella stessa Divisione Americal di cui faceva parte la Compagnia Charlie, Powell si vide recapitare sul tavolo la lettera con cui un soldato denunciava le violenze gratuite dei suoi commilitoni nei confronti dei civili (pur senza citare direttamente My Lai, di cui aveva solo sentito parlare); senza nemmeno interpellare l'autore, Tom Glen, il maggiore Powell scrisse un memorandum nel quale sosteneva che «potrebbero esserci casi isolati di maltrattamenti di civili e prigionieri di guerra, ma questo in nessun modo riflette l'atteggiamento generale della Divisione... Il fatto è che i rapporti tra il popolo vietnamita e i soldati americani sono eccellenti».
Già sentita questa frase, vero?
Beh, non è certo la sola coincidenza. Come per Abu Ghraib, anche My Lai venne tenuta nascosta dai comandi. E anche di My Lai si venne a sapere grazie alla stampa. Trentasei anni fa a far sapere al mondo cos'era successo a My Lai fu un giovane cronista di nome Seymour Hersh; oggi il merito principale va alla trasmissione della Cbs 60 Minutes, che ha mandato in onda le prime foto delle torture, e allo stesso Hersh, che sulle colonne del New Yorker ha dimostrato come i comandi americani abbiano tenuto segreto per mesi il comportamento degli aguzzini di Abu Ghraib.
Ma davvero il carcere di Abu Ghraib è paragonabile alle capanne di My Lai? Per atroci che siano, le torture ai danni dei prigionieri sono paragonabili all'uccisione a sangue freddo di centinaia di persone completamente innocenti? Se si contano i litri di sangue, no di certo. Ma se si guarda alle circostanze, la verità si ribalta: Abu Ghraib, purtroppo, è molto peggio.
In Vietnam la vita era un vero inferno, anche per delle bestie assetate di sangue come i soldati della Compagnia Charlie. La morte era dietro l'angolo, sempre. A My Lai non fu così, ma setacciare un villaggio spesso significava davvero finire sotto il fuoco dei vietcong: un minuto eri vivo, quello dopo magari ti ritrovavi un proiettile in fronte o la gamba spappolata da una mina. La Compagnia Charlie era lì da appena tre mesi, fresca del campo di addestramento alle Hawaii. Ma in quei tre mesi ne aveva viste di tutti i colori, aveva subito perdite pesanti. Il Vietnam, tutto il Vietnam, era una carneficina. Chi stava a Saigon si faceva le pere di eroina o se la spassava andando a puttane. Ma nella giungla dovevi solo provare a sopravvivere il più a lungo possibile, e se ti riusciva, evitare di farti prendere dai defolianti che i tuoi aerei rovesciavano a profusione. Sarà che di film sul Vietnam ne abbiamo visti tantissimi, ma non è così difficile immaginare come in quelle condizioni un uomo diventi un animale.
Per rischiosa che sia la situazione, in Iraq non è così. E soprattutto non lo è ad Abu Ghraib. In carcere il nemico è in manette, non abbraccia un mitra; non si nasconde dietro il fogliame, è rinchiuso in una cella; non ti può uccidere, sei solo tu ad avere i mezzi per uccidere lui. Forse la trasfigurazione da uomo (e donna, in questo caso) a bestia si spiega lo stesso: anche sulla psicologia del carceriere di film ne hanno girati a decine. Ma non è, non può essere la stessa cosa. E' tutto più freddo, più razionale, più cinico, più calcolato. Ci vuole dell'ingegno per pensare che il modo più efficace per annientare psicologicamente un musulmano è costringerlo a mimare un rapporto omosessuale, che la sua religione considera peccato mortale. E' più sadico infilare un manico di scopa nel sedere di un prigioniero tra le quattro mura di una fortezza iperprotetta che sparare alla nuca di una vecchina mentre attorno a te tutto brucia e si sentono solo le raffiche degli M-16.
In «The Human Stain», Philip Roth dedica alcune pagine straordinarie - bellissime, e insieme tremende - al rito di risocializzazione di alcuni reduci del Vietnam. La scena si svolge in un ristorante cinese: cibi simili, odori simili, e soprattutto cuochi e camerieri dai tratti somatici simili ai "gooks" che anni dopo la fine della guerra continuano a popolare gli incubi degli ex soldati. I quali, poco alla volta, vengono aiutati a rilassarsi, a restare seduti, a fare le ordinazioni, a mangiare, a non saltare al collo al primo cameriere con gli occhi a mandorla che gli si avvicina alle spalle. Lester, il protagonista, ci mette quattro visite prima di riuscire a completare un pasto facendosi servire da un "muso giallo".
Sospetto invece che Lynndie England o Jeremy Sivitz, i soldati che più frequentemente appaiono nelle foto di Abu Ghraib, non avranno alcuna difficoltà a sedersi in un qualsiasi ristorante mediorientale a mangiare un kebab. Spero solo che quel giorno arrivi dopo un congruo numero di anni di galera. (35/Continua)
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Tuesday, May 04, 2004
Candidates's diary - part 34
Any other president would have told Sharon to take a hike. Not Bush, though...
Any other president would have told Sharon to take a hike. Not Bush, though...