Wednesday, August 04, 2004

Candidate's diary - part 46

Bounce, schmounce... it doesn't mean anything anyway...

Chiamasi bounce, rimbalzo, l’effetto che ciascuna convention produce sugli orientamenti dell’elettorato. Il primo a essere misurato dai sondaggi è sempre il bounce dello sfidante, a cui per consuetudine compete l’onere di aprire la danza dei congressi. Poi tocca al presidente uscente, che risponde da par suo e determina un bounce di segno contrario. A quel punto i dati vanni lasciati riposare per un paio di settimane, finché un terzo sondaggio determina chi di dei due ha tratto maggior vantaggio dall’esposizione mediatica. Sembra la ricetta di una torta.Il bello è che i due sfidanti, in questa fase, sono sempre pronti a scambiarsi buoni auspici: «Vedrai, la tua lieviterà tantissimo... Ma no, che dici, la tua piuttosto farà un figurone». Il dialogo tra massaie è un ingrediente fondamentale di una campagna elettorale che si rispetti: ma tanta cordialità ha come solo scopo quello di portarsi jella a vicenda. Se prevedo che avrai un bounce favoloso, qualsiasi risultato anche di poco inferiore sembrerà un fiasco. E a quel punto potrò finalmente tirar fuori la carogna che è in me ed esporre il tuo clamoroso insuccesso al pubblico ludibrio.Questo giochetto si è puntualmente verificato nell’ultima settimana. I Repubblicani sembrava si fossero tutti convertiti, mentre spiegavano che Kerry avrebbe guadagnato almeno il 15 per cento dei consensi; tesi smentita dai Democratici, per i quali figuriamoci, più di 2 o 3 punti non sarebbero arrivati. Parole al vento, dette dagli uni e dagli altri nella speranza di essere clamorosamente smentiti dai fatti.In tutta franchezza, ho sempre pensato che tra i due, i Repubblicani stessero bluffando più dei Democratici. Se è vero che gli elettori ancora indecisi sono appena il 12-13 per cento, un bounce di 15 punti era praticamente impossibile: se mai si fosse verificato, Karl Rove - lo stratega della campagna elettorale di George Bush - si sarebbe buttato nel Potomac. E infatti non è successo. Cosa esattamente sia avvenuto, però, non è per niente chiaro.Secondo la triade Cnn/Usa Today/Gallup, la convention democratica ha avuto un effetto nullo, perché ha fatto aumentare le quotazioni di Kerry tanto quanto quelle di Bush: tra gli elettori registrati, infatti, Kerry è in vantaggio 50 a 47, contro il 49 a 45 registrato prima della convention (mentre tra quelli che dicono che certamente andranno a votare è Bush a guidare, 50 a 46). In sostanza, la quattro giorni di Boston sarebbe solamente servita a chiarire le idee a un po’ di gente, ma senza alterare l’equilibrio tra i due partiti.A dar retta al duo Newsweek/Princeton, au contraire, Kerry ha colpito nel segno: in una gara a tre, con dentro anche Nader (che ieri, sciagurato, ha ribadito che combatterà fino in fondo perché «Kerry è soltanto una copia di Bush»), Jfk avrebbe un vantaggio di 49 a 42 a 3; contando il solo Bush il vantaggio salirebbe ancora, 52 a 44. Considerato che un analogo sondaggio fatto durante la convention dava Kerry in testa di appena due punti, 45 a 43, il bounce è abbastanza consistente.Chi ha ragione non lo so e non lo posso sapere (e la verità è che non lo sanno manco loro). So però che questo giochino è del tutto inutile, e per almeno tre buoni motivi: primo, perché fra tre settimane ci sarà la convention repubblicana e il pendolo seguirà la sua immutabile legge, oscillando dall’altra parte; secondo, perché se un sondaggio dice 52 a 44 e l’altro (nella versione "elettori sicuri di andare alle urne") 46 a 50, significa che almeno una delle due rilevazioni - se non entrambe - è fatta coi piedi; terzo, perché i sondaggi su scala nazionale in realtà non dicono un accidenti di niente. Quel che conta davvero è come stanno andando le cose in alcuni stati-chiave, non come la pensa la generalità della popolazione.Per capirci: nello Utah, stato che più conservatore non si può, Bush ha all’incirca il doppio dei consensi di Kerry, ma se Kerry vince in Ohio e in Pennsylvania, anche di un solo voto, la presidenza è sua. In un siffatto scenario, Bush - pur avendo più voti del suo avversario - farebbe le valigie. Del resto, brogli a parte, non andò esattamente così nel novembre del 2000, quando Gore ebbe mezzo milione di preferenze in più ma perse la Casa Bianca?Diffidate, gente, diffidate. E abbiate pazienza fino al 2 novembre, quando a notte inoltrata comincerete a vedere tutti quegli staterelli colorarsi di rosso e di blu. (46/Continua)
p.s. Lo so, sto parlando d’altro. Ma i massimi vertici della mia campagna elettorale stanno ancora riflettendo: le sirene che mi spingono al ritiro sono forti, ma gli impegni con la base anche. Chiedo venia, presto trarrò il dado.

Monday, August 02, 2004

Candidate's diary - part 45

Clinton ordered: "Withdraw!"

Boston. C’era una gran coda, domenica mattina, nel giardino interno del Prudential Mall, pieno centro di Boston. Un lungo serpentone, molto ordinato, stretto fra le transenne. L’aria di chi è rassegnato a star lì per chissà quanto, le circa 500 persone che pazientemente compongono la fila hanno tutte lo stesso sacchettino colorato in mano. Incuriosito, mi avvicino. «Excuse me...». Una signora che cerca faticosamente di tenere a bada un bimbettino di due anni, cortesemente mi spiega: «All’una Bill Clinton firmerà le copie del suo libro, lì in fondo (indica un punto a più di cento metri di distanza), da Barnes&Nobles». Caspita. Bill Clinton, proprio lui, in carne e ossa. Però sono appena le 11. Ne vale la pena?Secondo i 500, che nel giro di un’altra mezz’ora diventeranno mille (tante sono le copie che l’ex presidente si è reso disponibile ad autografare), la vale eccome. Che vuoi che sia qualche ora di coda? Oltretutto è domenica, e la gente non ha un granché da fare. Nemmeno io. Per cui cedo alle sirene, compro il sacchettino colorato con la mia bella copia di My Life - 25 dollari più tasse, che moltiplicato per mille fa un signor incasso - e mi metto in coda.Nel mio raggio di chiacchiere, le tre persone davanti a me e le tre dietro, ci sono un programmatore di computer in calzoncini corti e berretto da baseball che riconosce di non sapere bene perché abbia deciso di star lì, ma intanto non cede nemmeno un centimetro; una delegata democratica della California, di chiara origine asiatica, femministissima, che dopo aver studiato la mappa della città e delle feste a cui andare mi fa una testa così con Lyndon Johnson e la sua Great Society, che senza quella oggi i politici sarebbero ancora tutti maschi e bianchi; un delegato nero del North Carolina, la casa di Edwards, che mi spiega l’impossibile, ossia come i Democratici vinceranno anche nel suo stato, uno dei più conservatori d’America; sua figlia, che non è mai stata in Italia e vorrebbe tanto andarci; una studentessa indiana di Boston, che la settimana scorsa era a prendere il sole alle Cinque Terre e non riesce a pronunciare la parola «Italy» senza tradire uno sguardo sognante; un tipino bassetto e muscolosissimo che parla quasi solo spagnolo e continua a telefonare in giro per dire che «estoy aqui para Bill Clinton»; e - ma solo verso la fine dell’attesa - una ragazza con due bocce da urlo che sbattendo gli occhioni è riuscita a saltare metà della fila.Se la vede Clinton sviene, altro che Monica.Si scruta la coda, che non si muove, e si scruta il cielo. Dopo due ore, il segnale tanto atteso: un elicottero della polizia sospeso sopra le nostre teste annuncia che l’ex presidente, che per tutti è resterà sempre «the president», è arrivato. Pian piano, la fila avanza. Piano, però. Perché il servizio segreto non vuole più di venticinque persone alla volta. Deve controllare ogni borsa, passare al setaccio le tasche, controllare ognuno col metal detector. E poi ci sono i commessi della libreria, che ti spiegano su quale pagina il presidente metterà la sua aurea firma e come devi tenere il libro per evitare che il poveraccio debba sfogliare mille copie per trovarsi da solo la pagina indicata. Fa molto catena di montaggio fordista, ma se vuoi ti puoi consolare parafrasando il celebro motto kennedyano: «Non pensare a cosa può fare per te il tuo presidente, ma a cosa puoi fare tu per il tuo presidente». Per esempio, puoi porgergli il libro aperto alla pagina giusta.L’attesa è una noia mortale. A renderla ancora più pesante ci pensa la mia vicina californiana, che si è messa a spiegarmi come e quando ha cercato di convincere la comunità asiatica di Los Angeles a vincere la sua ritrosia e diventare più attiva politicamente.Dopo tre ore, finalmente!, tocca a me. E lì succede il guaio.«Hi», stretta di mano, «hi» (’orca vacca, è proprio lui. Però ha l’aria stanca). «Sono un candidato...». «Un candidato a cosa». «Alla presidenza, sono un write-in». Parentesi: l’euforia bostoniana mi ha intenerito, sto diventando terribilmente partigiano e il mio imponente pacchetto di 30 voti mi fa sentire peggio di Ralph Nader. Motivo per cui faccio uno dei peggiori errori della mia vita e gli dico: «Forse dovrei ritirarmi. Però me lo deve ordinare lei». Lui non se lo fa ripetere due volte, mi punta il dito contro e urla: «Withdraw!», ritirati!... «Ok, ci penserò». Risatine, e fine del colloquio ai massimi livelli.Il problema è che ora ci devo pensare per davvero. Perché certo, me la sono andata a cercare: non è che Clinton stesse aspettando con ansia di incontrarmi per ricondurmi sulla retta via in nome del bene del paese. Però vuoi mettere: Bill Clinton mi ha chiesto di ritirarmi. Bill Clinton... Che faccio, gli volto così le spalle?Ho deciso di prendermi una pausa di riflessione. Urge consultazione con Wright, il mio vice. n (45/Continua)

Candidate's diary - part 44

Buchanan's record to stay unbeaten (I got married)

Rimasto in carica dal 1857 al 1861, James Buchanan vanta almeno un paio di record: uno, politico, gli vale la palma di uno dei presidenti più fessi della storia degli Stati Uniti. Insediatosi mentre la diatriba sulla schiavitù stava raggiungendo l’apice, infatti, fu in pratica il solo americano a non accorgersi che di lì a poco metà del paese avrebbe optato per la secessione, aprendo la strada a una sanguinosa guerra civile. Grandissimo cerchiobottista, Buchanan fece di tutto per non vedere e per non agire: un atteggiamento manifesto fin dal suo discorso inaugurale, nel quale fece un breve cenno alla questione sostenendo che, «fortunatamente, si tratta di un tema di scarsissima rilevanza pratica». Talmente scarsa che prima della fine del suo mandato sette stati - Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, South Carolina e Texas - si sarebbero chiamati fuori dagli Stati Uniti. Fortuna volle che dopo di lui verrà eletto Abramo Lincoln, disposto a prendere le cose più sul serio. Ma questa è un’altra storia. Il secondo record di Buchanan è che il quindicesimo presidente degli Stati Uniti fu il solo a non aver mai contratto regolare matrimonio: né prima, né durante, né dopo la sua permanenza alla Casa Bianca. Prima della sua elezione, a dire il vero, il nostro aveva avuto una fidanzata, certa Ann Coleman. La cosa risale a molto tempo prima dell’approdo di Buchanan in politica, quando il giovane avvocato della Pennsylvania aveva appena ventisette anni: Ann era giovane, bella, e soprattutto ricca, figlia di un facoltoso produttore di moschetti. Le cronache suggeriscono però che fosse anche emotivamente instabile. Fatto sta che l’8 dicembre del 1819, al termine di una violenta discussione che condusse alla rottura del fidanzamento, lei morì. Ufficialmente, si era trattato di un caso letale di isteria (cosa assai rara, al punto che un giudice di Philadelphia, Thomas Kittera, noterà nel suo diario di aver interpellato un medico e di aver avuto conferma da quest’ultimo che mai a suo avviso un caso del genere si era verificato prima di allora): più probabilmente, sostengono gli storici, fu suicidio.Prevedibilmente Buchanan fu incolpato dell’accaduto, e nulla valse a scagionarlo una lettera accorata che l’avvocato e futuro presidente scrisse al padre della giovane, confermandogli il suo amore e chiedendo di poter accompagnare il feretro alla tomba.Cosa avesse provocato quel fatale alterco non è mai stato chiarito. Una teoria vuole che la povera Ann avesse chiesto al fidanzato ragione della sua condotta di vita dissoluta, costellata di serate fuori a bere con amici e numerose amichette. Un’altra suggerisce invece che Ann fosse letteralmente impazzita dopo aver scoperto che il suo promesso sposo era omosessuale.E qui arriviamo al terzo dato saliente della presidenza Buchanan. Perché se è del tutto certo che fu il primo, e solo, presidente single, ci sono molti indizi che fosse anche il primo (ma non necessariamente il solo) presidente gay. Buttatosi in politica e arrivato a Washington, infatti, visse lungamente con un senatore democratico dell’Alabama, William Rufus King (poco prima di morire di tubercolosi, nel 1857, King per poche settimane diventò vicepresidente sotto il predecessore di Buchanan, Franklin Pierce, e fino ad oggi rimarrà il solo vicepresidente single della storia). Se fosse amore o solo una grande amicizia è oggetto di speculazioni e polemiche. Certo, i due facevano coppia fissa. E a Washington la cosa non passò certo inosservata. Le malelingue sovente parlavano di King come della «dolce metà», della «moglie», o di «Zia Fancy» (ufficialmente zia elegante, ma Fancy nel linguaggio di metà ottocento era anche una prostituta o un’amante). E in generale, il gossip capitolino descriveva i due come i «gemelli siamesi», non tanto perché fossero inseparabili ma perché nello slang dell’epoca il termine aveva la stessa valenza del nostro «froci».Come che sia, la relazione durò molto a lungo e sopravvisse a numerose avversità. Come quando nel 1844 King fu fatto ambasciatore in Francia e inviato oltreoceano, nomina che spinse Buchanan - sono parole sue, tratte dalla lettera a un amico - «a interpellare molti gentiluomini, ma senza successo» per chiedere che la decisione venisse revocata. E tanto affetto ebbe anche conseguenze politiche. Il fatto che Buchanan, cresciuto in un ambiente fortemente anti-schiavista, si sia convertito a un pur blando filo-schiavismo, viene sovente attribuito al fatto che King fosse un autorevole esponente dell’elite politica dell’Alabama, uno degli stati che più fieramente si batterono per difendere i "diritti di proprietà" dei latifondisti.Con tutto questo io non c’entro nulla. Ma la vicenda di Buchanan mi è tornata alla mente alla luce di un recente sviluppo della mia vicenda elettorale. A lungo, infatti, avevo accarezzato l’idea di seguirne le orme e di diventare il primo presidente single da un secolo e mezzo a questa parte. Poi, la settimana scorsa, ho ceduto alle sirene dell’amor, e mi sono dato in sposo a Florence. Dovessi essere eletto, rientrerò dunque nel più consolidato mainstream, e presiederò il paese accompagnato da regolare first lady. (44/Continua).

Tuesday, July 13, 2004

Candidate's diary - part 43

Opposites don't necessarely attract, but can win

Può anche essere che nelle pieghe del tour che li sta portando in ogni angolo d'America, John&John abbiano scoperto di avere qualcosa in comune, oltre alla tessera di partito. E chi può dirlo, costretti per necessità politica a frequentarsi assiduamente, un giorno potrebbero anche scoprire di essersi reciprocamente simpatici. Ma una cosa è certa: almeno fino a lunedì scorso, quando Kerry ha sciolto la riserva sul nominativo del suo vice, i due si stavano amabilmente sulle scatole. Un po', è ovvio, perché Jfk non ha gradito che Edwards abbia cercato fino all'ultimo di soffiargli la nomination, anche quando ormai era chiaro a tutti che non ci sarebbe riuscito. Ma non solo. I due sono sideralmente distanti per carattere, lignaggio, territorio e cultura di provenienza, stile politico, lingua: e avendo ambizioni simili (oltre che, fino a poco tempo fa, contrastanti), anziché attrarsi i due poli opposti era naturale che tendessero a respingersi.
Uno viene da una famiglia bene del Massachusetts, l'altro è cresciuto a cavallo tra le due Carolinas da famiglia operaia (fatte le debite proporzioni è come dire che uno è stato educato in un palazzotto asburgico di Merano e l'altro in un basso a Bari Vecchia); uno è legnoso, un po' snob e si lascia andare solo con gli amici più intimi, l'altro è un piacione tutto sorrisi al cui cospetto Rutelli sembra sceso dal circolo polare artico; uno si esprime in modo inappuntabile, con l'accento, i tic verbali e le "r" aspirate del New England, l'altro ostenta la parlata larga, tondeggiante e un po' mielosa del Sud; ma soprattutto, uno è espressione del rigore (magari apparente, ma sempre molto professional) della politica fine, mentre l'altro è un populista che non esiterebbe a vendere la madre per uno slogan di successo, non importa quanto irrealistico.
Nonostante tutto questo, John&John hanno deciso di legare a doppio filo i rispettivi destini. Anzi, forse proprio grazie a tutto questo.
Nelle settimane che hanno preceduto la scelta di Edwards, gli osservatori si sono scervellati per stabilire quale fosse il profilo ideale del running mate di Kerry. Conoscendo pregi e difetti del candidato presidente, ne hanno stilato la lista dei bisogni, accostando a ciascuna necessità un nome: vuoi fare piazza pulita in Florida ma senza pagar pegno a un vice troppo ingombrante? C'è Bob Graham. Vuoi contendere a Bush il voto latino? Ecco Bill Richardson, che è mezzo chicano. Vuoi assicurarti l'appoggio dei sindacati negli stati del Midwest? Il vecchio Dick Gephardt è una garanzia. Vuoi blindare il ticket sulle questioni di sicurezza nazionale? Wes Clark è perfetto. Vuoi un vice perbene che faccia il vice e nulla più? Tom Vilsack. Vuoi fare il rivoluzionario e portare una donna ai massimi vertici della politica mondiale? Ci sono la senatrice della Louisiana Mary Landrieu o quella dell'Arkansas Blanche Lincoln (Hillary no, non c'è mai stata). Eccetera. Fino alla domanda decisiva: vuoi il calore che a te manca, un uomo capace di parlare a quelli con cui tu non riuscirai mai a stabilire una comunicazione? John Edwards fa al caso tuo.
In tutto questo c'è una lezione da imparare. In politica c'è poco da fare gli schifiltosi. Specie in una competizione secca come le presidenziali, o si vince o si perde, senza vie di mezzo. E se per vincere bisogna imbarcare gente e idee diverse, anche a rischio di contaminare la purezza del proprio messaggio, così sia: avanti, c'è posto. Anche - si può dirlo? - per i girotondini.
All'inizio del percorso, quando presero il via le primarie, l'uomo che più immediatamente venne associato con l'estremismo di centro all'italiana fu Howard Dean. Le sue filippiche contro il ceto politico e il suo tentativo di capitalizzare la rivolta morale di chi non ne poteva più delle liturgie washingtoniane lo fecero apparire come una sorta di Nanni Moretti a stelle e striscie. Ma Dean era comunque un ex governatore, uno il cui estremismo si manifestava solo nella scelta pacifista. L'interprete più autentico del populismo, del mito della ggente - in America a rappresentarla sono i «men of the people» - e della politica fatta nelle aule di giustizia non è Dean. E' Edwards. Che non è un Di Pietro solo perché anziché il magistrato ha fatto l'avvocato, ma la cultura è la stessa: l'idea che il popolo bistrattato debba essere difeso innanzitutto in tribunale, e che la rivoluzione sia rappresentata dall'approdo in politica di un ex mattatore delle corti, ha in lui il suo massimo rappresentante. Discreto senatore - ma niente di più - se ha il seguito che ha lo deve al suo passato di principe del foro, di grande accusatore del vampirismo delle multinazionali, cui ha sottratto decine di milioni di dollari in nome e per conto dei suoi assistiti. Anche per questo, buttatosi in politica, ha mantenuto lo stile da cavaliere della tavola rotonda, la retorica infiammante, le parole d'ordine a presa rapida. Perché l'elettorato è come una giuria, più che convinto dev'essere sedotto. Il resto viene dopo.
John Kerry, l'uomo dei ragionamenti lunghi e un po' noiosi, il secchione della politica e delle fatiche legislative, con tutto questo non c'azzecca nulla. Ma il 2 novembre bisogna ristabilire il primato della politique politicienne, o conta solo vincere? (43/Continua).

Monday, July 12, 2004

Candidate's diary -part 42

Pat's choice shows the Greens have learned their lesson

Non conosco Pat La Marche. Anzi, a dire il vero fino a pochi giorni nemmeno sapevo chi fosse. Di una cosa però sono certo: la signora merita una vera standing ovation.
Patricia Helen La Marche è la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti del Green Party. Quarantatre anni, ex insegnante di matematica al liceo diventata conduttrice radiofonica, vive in quel posto un po' surreale che è il Maine: estremo nordest, natura incontaminata, la popolazione di aragoste che supera di gran lunga quella degli esseri umani. Ora, si dà il caso che il Maine sia uno di quegli stati dove non è ancora tanto chiaro chi tra Bush e Kerry si aggiudicherà i quattro voti del collegio elettorale nazionale (i sondaggi sono favorevoli al candidato democratico, ma il suo vantaggio non è enorme). Ebbene, che ti combina Pat? Nemmeno una settimana dopo essere stata prescelta per la successione a Dick Cheney, dà alle stampe una dichiarazione in cui annuncia che molto probabilmente, lei, non voterà per David Cobb (il candidato verde) ma per John Kerry: «Amo il mio paese, e la priorità assoluta è fare in modo che George Bush non sia più presidente degli Stati Uniti... Se ora di novembre i sondaggi diranno che Bush è all'11 per cento, allora potrò votare per chi mi pare». Altrimenti, ha spiegato, la cittadina responsabile prevarrà sulla candidata.
L'affermazione di Pat è la spiegazione migliore di quel che è successo una settimana fa alla convention verde di Malwaukee. Dopo aver a lungo snobbato il suo ex partito di riferimento, Ralph Nader - che quest'anno corre come indipendente e in alcuni stati è appoggiato dalla locale federazione del Reform Party - ha sparigliato tutte le carte annunciando che il suo vice sarebbe stato un vecchio e abbastanza celebre quadro dei Verdi, Peter Camejo. Immediatamente, un pezzo del partito ha cominciato a sognare il tris del '96 e del 2000, quando la fama e la ricchezza di Nader aiutarono i Verdi a imporsi sulla scena nazionale come il solo vero terzo partito. A quel punto, però, è scattata la ribellione della maggioranza, che non ha affatto gradito il trattamento ricevuto nei mesi passati dal suo ex paladino e soprattutto ha imparato bene la lezione di quattro anni fa, quando una campagna presidenziale improvvida contribuì a mandare Bush alla Casa Bianca. Così, al termine di una bella litigata, Nader è stato invitato a tornare dai suoi amici Reformisti (tranquilli, è solo un caso di omonimia), e il partito ha nominato la coppia Cobb-Lamarche. Con un mandato preciso: contribuire ovunque possibile a far crescere il partito ambientalista, ma stando ben attenti a non far danni. Cioè, sostanzialmente, facendo desistenza - la formula scelta è dire ai propri militanti di votare secondo coscienza - in quella dozzina di stati dove non c'è una solida maggioranza precostituita. Morale: in uno stato come il Montana, dove Bush viaggia attorno al 60 per cento, i Verdi si batteranno come leoni; in Massachusetts, dove Kerry vincerà a occhi chiusi, idem. Ma in Florida, in Ohio, in Illinois, in Michigan e in tutti i posti dove un voto sottratto a Kerry è un voto regalato a Bush, saranno praticamente invisibili.
Si parva licet, io farò altrettanto. Nella mia adorata Georgia, dove ahimé Bush non corre il benché minimo rischio di perdere, posso chiedere tutti i voti che voglio (pare che la mia roccaforte elettorale sia il Phoenix, un gay bar sulla Ponce de Leon Avenue dove ho riscosso un successone). Lo stesso posso fare, senza timori, con i miei amici in Maryland, a Washington Dc, a New York e (credo) in California. Ma in uno stato a rischio come l'Indiana - dove per la cronaca votano il mio vice, Wright Bryan III, e la sua adorabile signora - no. Anzi; benché lui ancora non me l'abbia detto, sono abbastanza certo che il primo a tradirmi - proprio come Pat Lamarche - sarà Wright. Non dovrei dirlo, ma ha la mia benedizione. (42/Continua)

Tuesday, June 22, 2004

Candidate's diary - part 41

Why we differ: Eu's new Constitution is everything but a Constitution

«Costituzione. Sostantivo femminile. Complesso delle leggi che stanno alla base dell'ordinamento giuridico di uno stato».
La definizione è dello Zingarelli, e sono dovuto andarla a rivedere perché con l'approvazione della nuova Carta europea stavo andando un po' in confusione. Quel testo sterminato che - ratifiche e referendum permettendo - accomunerà 450 milioni di persone, tutto mi pareva meno che una Costituzione. Una Costituzione infatti è un corpus snello che deve assolvere a due compiti: enunciare alcuni principi fondamentali e delineare la struttura dei poteri. Ora: nel caso della Ue il preambolo - a cui per fortuna è stata risparmiata l'onta del riferimento alle radici religiose - stabilisce i principi, mentre la Carta vera e propria si concentra sulla complicatissima divisione dei poteri. Ciò che manca è la sintesi. E non a caso.
La Ue non è e non vuol essere uno stato. Mettendo assieme nazioni che continueranno a tutti gli effetti a rimanere tali, con sovranità e poteri sostanzialmente immutati, deve darsi dei meccanismi che le consentano di funzionare (cioè prendere delle decisioni) senza ledere le prerogative di chi ha contratto il patto. Il risultato è che i diritti fondamentali da tutelare sono di due tipi diversi: quelli delle persone fisiche e quelli degli stati, che sono i reali protagonisti dell'Unione.
In questo senso, se è consentito un po' di scetticismo disfattista, il preambolo è un'inutile manifestazione del "dover essere" dei costituenti. Mi spiego: se la Lettonia conculcasse le libertà individuali, in realtà agli altri paesi non fregherebbe nulla, almeno finché la Lettonia dovesse continuare a partecipare lealmente e correttamente alle istituzioni comunitarie (il casino, ahinoi, scoppierebbe solo se tra le libertà ferite ci fosse quella d'impresa). E d'altronde: se sempre in Lettonia varassero una serie di leggi liberticide, Bruxelles che farebbe, la butterebbe fuori dall'Unione? Oppure farebbe ricorso alle sue radici bizantine - che sono molto più radicate di quelle giudaico-cristiane - e farebbe come con l'Austria ai tempi dell'ingresso al governo dei post-nazisti di Haider, quando gridò allo scandalo e dopo sei mesi di ostracismo se ne lavò le mani?
La verità è che la Costituzione dell'Unione europea non è una Costituzione, ma l'ennesimo trattato; solo, più grande e più solenne di tutti quelli che aveva varato in precedenza.

* * *
Neanche l'America è uno stato, almeno non nel senso europeo del termine. Ma quella approvata nel 1787, e integrata nel 1791 dai primi dieci emendamenti che costituiscono il Bill of rights, è una signora Costituzione. E dire che quei sette articoli (sette!) dovevano anch'essi regolare i rapporti fra i 13 stati fondatori dell'Unione. Ma i delegati dell'assemblea costituente non furono mai neppure sfiorati dall'idea che quello fosse il solo compito della Carta che stavano scrivendo. Che gli Stati Uniti dovessero essere una nazione era un dato a priori.
Poi certo, ci furono scontri aspri. I federalisti di Hamilton e Madison, che contrariamente a quel che il lessico bossiano suggerisce erano i fautori di un forte governo centrale, prevalsero sui radicali e riuscirono nell'intento di dare al parlamento nazionale e al presidente poteri essenziali in campo fiscale, monetario, giudiziario, di politica estera e di difesa. James Madison, in particolare, era un po' il Gerhard Schroeder della situazione. La differenza fondamentale è che Madison, autore dei celebri Federalist Papers con cui propagandò le ragioni della nascente repubblica, uscì in trionfo, mentre 217 anni dopo e alcune migliaia di chilometri più a est, Schroeder si è dovuto accontentare di una Carta che all'idea di federazione concede poco o nulla, mettendo tutti i poteri in mano ai singoli stati.
Un'Europa in cui le decisioni fondamentali devono essere prese all'unanimità, non dalla Commissione ma dal Consiglio, è come un'America in cui la Virginia fosse in grado di bloccare qualsiasi decisione sgradita; un'Europa in cui si può essere membri effettivi tenendosi la sterlina è come un'America in cui per passare dal Delaware alla Pennsylvania fosse necessario passare all'ufficio cambi, e un 'Europa in cui anche l'adesione a Schengen è facoltativa è come un'America in cui sia necessario mostrare il passaporto ad ogni ponte sul Potomac.
Certo, sono storie diverse. Né aiuta il fatto che l'Europa non abbia una lingua comune. Una Costituzione come quella americana, in Europa verrebbe affossata dai cittadini - prima ancora che dagli stati - in men che non si dica. Fughe in avanti, insomma, non se ne possono fare. E poi, parallelo per parallelo: l'America è nata su una rivoluzione, l'Europa no; e settant'anni dopo il varo della Costituzione l'America ha dovuto attraversare una guerra civile spaventosa per ritrovare le ragione del proprio patto, destino non certo auspicabile per il vecchio continente.
Ma chi si domanda perché oggi l'Europa non è minimamente in grado di competere con gli Stati Uniti, sappia che la risposta non va cercata tanto lontana. Basta guardarsi le carte. Costituzionali. (41/Continua)

Tuesday, June 15, 2004

Candidate's diary - part 40

Speaking with Richard Clarke and finding out that he's the man

Per Bush, ovviamente, non può tornare a lavorare. Per Kerry potrebbe, ma ha già ampiamente detto e ripetuto che non ha alcuna intenzione di farlo. Eppure Richard Clarke - l'ex responsabile dell'antiterrorismo di Clinton e poi di Bush, che nel marzo scorso ha fatto saltare il banco dimettendosi e denunciando i ritardi della Casa Bianca nella lotta ad al Qaeda - col governo ci tornerebbe a lavorare volentieri. Con un altro governo, però.
Questo ha detto venerdì, di passaggio a Roma per presentare l'edizione italiana (Contro tutti i nemici, Longanesi) del libro che ha messo alla berlina Condi Rice. Io ero lì, l'ho sentito con le mie orecchie. E gongolavo. Ecco il mio consigliere per la sicurezza nazionale. L'uomo giusto al posto giusto, uno che non è né morbido né tiepido; solo tremendamente ragionevole e concentrato sul suo mestiere.
Per esempio. Con la mezza svolta all'Onu, il passaggio delle consegne alle porte e la parziale ricomposizione del baratro atlantico, ora son tutti lì a tirar sospiri di sollievo e a godersi l'immagine di un Bush finalmente tornato sulla strada maestra del multilateralismo. Tutto è bene quel che finisce bene? Macché. Questa melassa un po' lo schifa, e Clarke non ne fa mistero. Ribadisce quel che ha sempre pensato, che Saddam con la guerra al terrorismo non c'entrasse un accidenti e che anzi l'invasione avrebbe prodotto solo danni, perché occupando l'Iraq l'America si sarebbe tirata addosso l'ira di mezzo mondo arabo. E lungi dall'accodarsi al coro dei sollevati-sospiranti, traccia un quadro sinistro: una nuova vittoria di Bush sarebbe un autentico disastro, perché se fino ad oggi il presidente doveva mantenere un minimo di cautela in vista della rielezione, da novembre in poi - se fosse confermato - potrebbe dare libero sfogo a tutti i suoi peggiori istinti, «perché tanto più di due mandati non li può fare». Altro che sconfitta dei neocon: quelli aspettano solo il 2 di novembre per scatenarsi. Siria? Iran? Corea? Fin lì non si spinge, di far previsioni a vanvera non se la sente. Ma lo spirito «messianico» dell'attuale amministrazione non lo tranquillizza affatto.
Allo stesso modo, non lo tranquillizza il modo di lavorare della banda Bush. Gente «che non fa i compiti», attacca. «Tutte le precedenti amministrazioni studiavano, valutavano gli scenari, facevano deduzioni e controdeduzioni, mettevano in discussione le loro stesse convinzioni per vedere se reggevano all'onere della prova. Questa no. Questa amministrazione è partita dalla risposta - invadere l'Iraq, e poi ha costruito le domande adatte a produrre la risposta stessa: "Come facciamo a dimostrare che è necessario invadere?"».
Questa di smontare il paradigma della guerra all'Iraq potrebbe sembrare una sua ossessione. E forse un po' lo è. Ma la sua ossessione vera è la lotta al terrorismo. Perché al Qaeda, dice, «è viva e vegeta». E' stata colpita, questo è innegabile, ed è stata costretta ad adattarsi. Ma non è affatto più debole. Semplicemente, è meno verticistica. Ieri tutte le decisioni erano prese dall'azionista di riferimento, Osama, e dalla sua accolita. Oggi c'è un fiorire di gruppi che si muovono autonomamente, e che - a conti fatti - sono in grado di colpire come se non più di prima.
E poi c'è il governo, che dà i numeri al lotto. Prendete l'ultimo allarme attentati, di due settimane fa: «Una mattina Tom Ridge, il ministro per la Sicurezza interna, garantisce che non esiste alcuna informazione relativa a nuovi attacchi. Poi il pomeriggio stesso salta fuori John Ashcroft (che è il ministro della Giustizia, cioè il responsabile dell'Fbi) e dice che al contrario l'allarme è elevatissimo». Della serie: manco si parlano. Poi vatti a stupire se nessuno li prende più sul serio. «Io con gli uomini delle polizie locali ci parlo ancora: mi raccontano che a ogni nuovo allarme non sanno se crederci o no, perché nessuno gli dà uno straccio di elemento e non sanno più se è solo un modo del governo di pararsi il culo».
Direte: facile criticare gli altri, ma in concreto lui che farebbe? Beh, per dirne una lui nel 1998 fece firmare a Clinton un documento segreto che autorizzava l'uccisione di bin Laden, che allora si sapeva ancora dov'era. La Cia non si accontentò dell'autorizzazione e volle un ordine esplicito. Lo ottenne. Poi ne ottenne un altro ancora, ancor più chiaro. Ma non se ne fece nulla, perché a Langley temevano di mettere a repentaglio la vita degli agenti sul campo. Il resto è cronaca. Come è cronaca il fatto che nell'autunno '99, siccome c'era aria di attentati per il passaggio del millennio, Clarke convinse Clinton a tenere un vertice dietro l'altro per mobilitare tutte le agenzie di sicurezza, che infatti sventarono uno se non due attentati. Mentre all'inizio del 2001 - è cronaca pure questa - Bush non gli diede retta, e quando in agosto la Cia gli recapitò sul tavolo un documento che parlava di dirottamenti aerei il presidente andò a giocare a golf dicendo che le informazioni non erano sufficientemente circostanziate.
L'ho ascoltato per un'ora, Clarke. E più parlava, più mi convinceva. Chi, se non il consigliere per la sicurezza nazionale, dovrebbe spiegarti che puoi mettere in campo tutta l'antiterrorismo della terra, ma se non cerchi di bloccare i canali di reclutamento - combattendo una guerra ideologica con il radicalismo islamico, e per esempio finanziando la costruzione di scuole pubbliche laddove esistono solo quelle religiose, come in Yemen e Pakistan - non sarai mai al sicuro? He's my man.
Poi chissà, un bel giorno forse riuscirò a fargli dire la verità anche su una storia in cui sospetto mi abbia raccontato una panzana. Venerdì l'ho preso da parte e gli ho chiesto se - per il ruolo che ricopriva allora - sarebbe stato al corrente qualora il volo United Airlines 93 (quello finito in un prato della Pennsylvania) fosse stato abbattuto. «Certo che sì», mi ha risposto. Gli ho ricordato che sulla sorte di quell'aereo molti hanno dubbi, e che sia caduto da solo ci credono poco. «Sbagliano, di dubbi non ce ne dovrebbero proprio essere». Nel senso che non lo avete abbattuto? «Esatto. Ma lo avremmo abbattuto, ce l'avevamo nel radar. Ancora qualche miglio e l'avremmo tirato giù. L'ordine era già stato dato». Un po' mi puzza. Se dici «eravamo pronti ad abbatterlo» passi per un leader responsabile, pronto ad assumerti anche la più tremenda delle responsabilità. Ma se confessi di averlo abbattuto è tutto un altro paio di maniche, anche se avevi ragione. Forse un giorno ne riparleremo. (40/Continua).

Tuesday, June 08, 2004

Candidate's diary - part 39

Pity, yes. But no nostalgia for Reagan

E' il 5 di giugno del 2004 e il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è in Francia. Ventiquattr'ore più tardi parteciperà alle celebrazioni del sessantennale dello sbarco in Normandia, forse la pagina più nobile della storia americana. Bush è in difficoltà, un anno e qualche mese fa si è imbarcato in una guerra che discutibile è dir poco, l'ha vinta in fretta ma non è stato capace di gestire la vittoria; e ora si trova impantanato in Iraq, con mille morti americani sul groppone (più un numero imprecisato di iracheni, ma si sa, quelli non contano), a pochi mesi dalle elezioni. La sua popolarità è in caduta libera. L'anniversario del D-Day casca quindi a fagiolo. Girando per l'Europa in qualità di rappresentante del paese liberatore, ha gioco facile nel presentare l'equazione: 1944 e 2004 pari sono, oggi l'America combatte il terrorismo come ieri sconfisse il nazi-fascismo (per inciso segnalo un interessante fenomeno storico-lessicale: secondo più d'una trasmissione Rai l'America sconfisse il nazismo. Sul fascismo, manco un cenno). L'equazione è taroccata ma non importa: noi siamo tutta gente a modo, e che l'Iraq col terrorismo c'entri pochino glielo ricorderemo un'altra volta, a celebrazioni concluse.
Orbene, Bush è lì che si gode l'aria frizzante di Parigi quando dalla madrepatria arriva un triste annuncio: Ronald Reagan è morto. Bush si chiude in pensoso raccoglimento e in cuor suo si sente ancor più grande. Il binomio Roosevelt- Bush diventa un trio, Roosevelt-Reagan-Bush, uniti dalla comune lotta al trio del male: nazifascismo-comunismo-terrorismo. Noi siamo gente a modo, e gli passiamo pure questa.
Però c'è un passaggio che non torna. Perché se ha ragione Bush - se come sostiene lui l'Iraq oltre a essere una dittatura sanguinaria come molte altre era anche uno snodo fondamentale del terrorismo islamico internazionale - nel suo trio c'è una mela marcia. Se al mondo c'è qualcuno da ringraziare per aver nutrito e sostenuto Saddam Hussein, infatti, quel qualcuno è Ronald Reagan. Lo so, davanti a un morto non sta bene ricordarlo. Però, Diosanto, non pigliamoci per i fondelli. Quando osserviamo un po' imbarazzati le vecchie fotografie ingiallite di Donald Rusmfeld che stringe la mano a Saddam dopo avergli garantito appoggio politico e forniture militari, chiediamoci per un momento chi era il suo datore di lavoro. E' molto sgradevole che a ricordarlo - ieri è stata l'unica - sia la radio ufficiale iraniana, ma che ci piaccia o no le cose stanno così: il miglior alleato che Saddam Hussein abbia mai avuto è stato il quarantesimo presidente degli Stati Uniti. Tanto ci piaceva Saddam, a quei tempi, che in suo onore rispolverammo anche il felicissimo slogan coniato per Somoza, e che tanto bene riassumeva tutta la nostra realpolitik: «E' un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana».
Certo, l'Iran faceva paura. Soprattutto a Reagan, che ben ricordava come Teheran fosse stata la tomba del suo predecessore, Jimmy Carter. Pur di combatterlo tutto era lecito, e chissà, magari un giorno scopriremo che aveva pure ragione. Però la storia è la storia, e con la storia non si gioca. E poi: se aveva così ragione, allora non si capisce per quale motivo Reagan dovesse aver ragione anche quando in gran segreto si mise a vendere tonnellate di armi all'Iran per costruire un fondo nero da spendere in Nicaragua contro i sandinisti (cioè, nemesi curiosa, quelli che avevano buttato giù Somoza, figlio del primo fra i nostri figli di puttana).
Sarà che sconfisse il mio presidente preferito, Carter. Sarà che conservo come un'icona tragica la prima pagina del San Francisco Chronicle - all'epoca lo distribuivo al mattino agli abbonati - che il 5 novembre dell'80 strillava a nove colonne e a caratteri di scatola «Reagan Sweep», Reagan spazza. O sarà che sempre allora passai tre mesi a concepire un cartello da appendere nel giardino davanti a casa che (se mai lo avessi realizzato) avrebbe detto «Don't blame me, I voted for Carter». Sarà quel che volete, ma al coro di quelli che (Kerry incluso) si stracciano le vesti proprio non riesco a unirmi. Il Reagan per cui provo solidarietà è il Reagan malato, l'essere umano che si è spento passo passo in modo orribile; quello che se George Bush non avesse battuto la testa come San Paolo sulla via di Damasco sarebbe stato il testimonial ideale per la ricerca sulle cellule staminali.
Per il Reagan presidente, invece, non ho nostalgia alcuna. Non ho nostalgia per il presidente del sindacato attori che capeggiò le epurazioni maccartiste di Hollywod. Ma soprattutto non ho nostalgia per il presidente del più grande paese del mondo che scappò a gambe levate dalla missione di peacekeeping in Libano (era il 1983) e abbandonò il grandioso tentativo di Carter di metter pace in Medio oriente.
Dicono che ha sconfitto il comunismo (ed è vero solo in parte: lui diede solo il colpo di grazia a un malato terminale). Congratulazioni. Ma oggi dal Mediterraneo all'Oceano indiano il mondo è una santabarbara, e in parte lo dobbiamo anche a lui. Rest in peace. (39/Continua)

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